L’etimologia bella delle merende

Un languorino improvviso, lo stomaco parla, attorno ne ridete. Guardi l’orologio e puntualmente sono passate da poco le 16. Se si può parlare di orologio biologico per me, vale soltanto per l’ora della merenda, annunciata prepotentemente da quella stretta alla pancia, preparata dalle carte delle gelatine scartate in ufficio.

Merenda. Che parola meravigliosa. Per i più, plurale neutro del gerundivo di merēre, meritarsi. Un po’ come dire: cose da meritarsi. Perché la merenda non è mica un pasto canonico, di quelli che ti sono dovuti. Se sei un uomo al soldo, ti è dovuto un pasto al giorno, forse due, ma la merenda è un premio. Sei stato il più forte e valoroso sul campo di battaglia, sei stato leale coi tuoi compagni e hai ucciso più nemici.

Ti meriti un pasto extra, un riconoscimento per ciò che hai fatto.

Da bambino la si percepisce ancora così, come pausa dai compiti, come dolcetto dopo il pomeriggio a scuola, come fonte di energia dopo l’allenamento. Da grande, c’è chi smette di farla e poi… Poi ci sono tutte le merende degli altri, delle persone a cui voglio bene, che mi dicono qualcosa di loro, della loro golosità, di cinque minuti in cui essere pienamente bambini.

La merenda da bambina era una rosetta al prosciutto con la maionese.

Quella di mia nonna, una mezza cipolla tagliata su una fetta di pane.

Per la mia coinquilina quando vivevo a Torino, un sacco di pandistelle a prosciugare una tazza di latte.

Poi c’è quell’amico pugliese dop, che al mattino con un rustico, e al pomeriggio con un rustico.

Tu? Un caffè preso al volo.

Poi c’è Serena, che si mangerebbe davvero il mondo.

Quando la si fa in ufficio insieme, qualcuno ha portato un panettone, tortelli, chiacchiere, una colomba, un uovo di cioccolato o chissà la prossima volta. Si ride complici, guardando alla porta con un po’ di ansia fanciullesca: che nessun direttore o altro entri proprio ora.

Quella molto anni ’60 di mia mamma, quando all’asilo suor Pina le dava un Fruttino Zuegg.

 

E poi ci sono io, che vorrei fosse sempre gelato. Soprattutto se fuori nevica.

 

 

17 Comments

  1. Ecco un argomento a me molto congeniale! Ricordo il ristoratore piatto di pane olio e pomodoro che mia madre mi porgeva mentre preparavo i primi esami all’università. Il trasferimento in Toscana ha giovato, qui sono grandi esperti dell’argomento, non di rado fuori dei bar si legge l’insegna: “merende”.

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  2. A me il buco sullo stomaco si crea verso le 10 di mattina… se ho la possibilità cerco di mangiarmi un frutto, il pomeriggio invece non ne sento l’esigenza ma se sono a casa una tazza di the la prendo volentieri, anche in estate (magari messa in frigo a raffreddare)

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  3. Da piccola una fetta di pane e olio l’estate e d’inverno burro e zucchero oggi come oggi esco dall’ufficio e un aperitivo e qualche tartina prodromo alla cena.

    Sherabientot grazie

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