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C’è chi è baciato dal sole, chi dalla fortuna, e poi ci sono quelli come me, baciati dall’ansia. Qui raccolgo pensieri, parole, (opere e omissioni). Nessuna abilità particolare nel farlo, soltanto una vena di cinismo e qualche turba mentale.

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Rasputin: 33 cm di amore, pt. 2

Qualche settimana fa vi ho già detto un po’ di cose su Rasputin, il depravato. Orbene, se non l’avete già letto, dovreste farlo prima di cominciare questa seconda parte (la prima la trovate QUI).

Una piccola premessa che avrei dovuto fare già nello scorso post riguarda l’etimologia incerta del cognome “Rasputin”, che per alcuni potrebbe proprio derivare da “depravato”. Insomma, nomina sunt consequentia rerum (e non ditelo a me che sono una qualsiasi figlia del selvaggio Dioniso).

Provolone e stupratore de lonh

Dunque, il nostro Rasputin è passato alla storia come un uomo dall’appetito sessuale impossibile da contenere e domare. Già abbiamo parlato dei suoi presunti poteri guaritori, ma per capire quanto sia originale la leggenda attorno al santone è necessario nominare le diverse accuse di abusi sessuali perpetrate da donne di ogni statura ai danni del povero Rasp. Un sacco di denunce, tutte smentite dalle autorità e dalle donne che si vedevano costrette ogni volta a farle decadere: perché sì, gli abusi accadevano ogni qualvolta Rasputin si trovasse lontano, molto lontano da casa, in viaggio a centinaia di chilometri da lì. Vien da sé che spuntò anche la leggenda sulle capacità del santone di teletrasportarsi dove volesse, ovviamente per infilare le mani sotto le gonne delle povere fanciulle, ovviamente pronto a violentarle senza alcuna pietà.

rasputin lunghezza pene.jpg

 

Ma a uno così, uno con una fama simile che lo precedeva, cosa gliene fregava di andarsene a violentare contadinotte qualsiasi? Perché Rasputin era intelligente e affabulatore, incantava tutti con le parole e uno sguardo magnetico; fu così che, dicono, sedusse fiotti di donne di corte. Quindi, non solo la zarina, ma pure le amichette ricche con la pelliccia di ermellino.

Nemmeno Fra’ Cipolla

Ma, visto che mantengo sempre le promesse, ora vi parlerò del membro di Rasputin: 33 cm, ma davvero? 13 pollici, 1 piede, sì. Esatto. Ora, per i meno pavidi: andate a farvi una ricerchina su Google Immagini, che troverete qualche foto.

La domanda che dovreste farvi è: come facciamo a saperlo? Se siete come san Tommaso, potete fare un salto al Museum of Erotica di San Pietroburgo, dove la verga leggendaria è tuttora conservata. La seconda domanda che sorge spontanea: come, ma soprattutto perché? Sembrerebbe che ad asportare il pene a Rasputin fu una delle sue amanti, una cameriera a quanto pare disposta a separarsi dalle belle parole ma non da un organo che le regalò tanto piacere in vita.

Da lì, il membro passò di mano in mano (sì, ogni doppio senso di questo post è voluto): da quelle della cameriera a una setta di donne che lo acquistò come fosse una reliquia degna di venerazione, e da lì alla figlia stessa di Rasputin, Marie, che se lo portò con sé fino in America dove si era trasferita.

Anni dopo la morte di Marie, avvenuta nel 1977, il membro fu trovato da Michael Augustine, avvolto in un drappo di velluto, insieme a una serie di scritti di Marie. E decise di farci quattro soldi, vendendolo a una casa d’aste. Se non fosse che… Si trattava di un cetriolo di mare.

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Ora, fermi un attimo. Un cetriolo di mare, sì. Avete presente com’è un cetriolo di mare? Un’altra veloce ricerchina su Google Immagini, forza.

Insomma, come fare ad attribuire a Rasputin quella cosa con dei pungiglioni alieni? Bene. La vera reliquia del santone sparì dalla circolazione per qualche anno fino a quando, (miracolo!), nel 1994 il Museum of Erotica la espone, dicendo di averla comprata per 8000 dollari da un antiquario francese. Rimane un dubbio: perché il membro è esposto immerso in un liquido (ed è subito Futurama), quando la leggenda vuole che il pene di Rasputin fu essiccato?

Esibizionismo is the old way

E riguardo a questo dono di natura cosa ci dicono i contemporanei di Rasputin? Lo stesso santone, a quanto pare, era conscio dell’eccezionalità del proprio fallo, tanto da esibirlo pubblicamente. Eh sì perché, a quanto pare, quando Rasputin alzava un po’ troppo il gomito durante le cene in compagnia, finiva col tirarsi giù le braghe e mostrare ai commensali le proprie doti, sbatacchiando il batacchio sul tavolo, per mostrarne il vigore.

Comunque sia, tale era la leggenda della potenza sessuale del santone che, ai suoi tempi, si credeva ci fosse un ottimo e semplice modo per curare l’impotenza: sedersi sulla medesima panchina o sedia usata da Rasputin. Una guarigione per osmosi, suppongo.

 

Direi che per concludere questo excursus sul santone russo non c’è miglior cosa di una citazione di Woody Allen: “La mia rottura con Freud è avvenuta sulla questione dell’invidia del pene: lui credeva che fosse limitata alle donne”. E forse, è perché non aveva conosciuto il nostro Rasputin.

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Rasputin: 33 cm di amore

Rasputin è uno di quei personaggi storici il cui mito lo precede: un santone dagli inquietanti poteri guaritori e profetici, o un uomo molto furbo dagli insani appetiti sessuali?

Probabilmente entrambe le cose, chissà. Una cosa è certa: Rasputin è stato un uomo non compreso, e quindi temuto. Si dice che l’ignoranza generi mostri, ecco in questo caso il non saper spiegare razionalmente il potere di Rasputin ha fatto di lui un mostro agli occhi del grande pubblico. Credo che pochi uomini nella storia abbiano avuto così tanti nemici, accuse di stupro e di omicidio, così tanti tentativi di assassinio e leggende triviali.

Giochiamo a un gioco: VERO O FALSO? (Che spirito burlone che ho, oggi).

1. Era davvero amante della zarina?

Introdotto nel 1905 alla corte dello zar Nicola II, Rasputin rimase per tutta la vita un riferimento costante per la famiglia reale, che non perdeva occasione per allontanarlo da corte, intimorita dalle doti del santone, né di richiamarlo ogni qual volta qualche parente, amico o animale stesse morendo. E Rasputin curò (e guarì) ogni volta il moribondo bisogno, non rifiutandosi mai di dare il proprio aiuto allo zar.

Questo rapporto stretto con la famiglia reale, probabilmente, fu una delle ragioni che gli costarono le prime inimicizie: consideriamo che siamo nel periodo che precede di pochissimo l’ottobre rosso che tanto cambiò le sorti della Russia. Gli amici dello zar erano nemici della rivoluzione. Lui, uomo di Dio, non poteva che essere l’incarnazione del diavolo. Da qui, la voce della sua relazione con la zarina.

rasputin e il suo pene

VERO O FALSO? Sono pervenute a noi pochissime fonti scritte, alcune missive tra la zarina e Rasputin che, secondo alcuni storici, potrebbero confermare come l’uomo fu effettivamente amante di Aleksandra Fëdorovna. Certo, non è un puccipucciamorino moderno, ma dalle parole che gli rivolge la zarina si intende che c’era qualcos’altro:

“Tornerò tra otto giorni. A te sacrifico mio marito e il mio cuore. Prega e benedici. Baci e affetto, mio caro”.

(Certo è che a sacrificare un marito poco amato come patto d’amore sono capaci tutti, eh).

2. La cappella del peccato

No, non è ancora ora di parlare di ciò che state aspettando dal titolo, viziosi. Rasputin aveva una cappellina nel suo giardino privato, dove organizzava riunioni di preghiera. Ora, immaginatevi un grasso contadino di inizio ‘900, che con accento russo vi dice, mimando fastidiosamente il gesto delle virgolette: “riunioni di preghiera”.

Ebbene sì, perché nel villaggio dove abitava Rasputin, ben altro si diceva del santone: riti orgiastici per tutta notte. Più volte l’uomo fu accusato di far parte di una setta eretica, quella dei Chlysty, con cui effettivamente si dice che Rasputin condividesse almeno una teoria: il peccato fa parte della redenzione, quindi un buon modo di superare gli impulsi sessuali è di sfogarli alla massima potenza, in “riti purificatori”, orge, sesso di gruppo.

In pratica, per superare il mio bisogno di cioccolato, una volta al mese dovrei affogarmi di Nutella. Qualcosa di simile.

VERO O FALSO? Rasputin era un uomo di fede più che un uomo di chiesa, e questo me lo rende particolarmente simpatico. Recatosi a Gerusalemme per un pellegrinaggio, abbandonò l’ambiente definito da lui corrotto, dopo aver visto due frati intenti in atti osceni dietro a un cespuglio. Insomma, non era tutto questo essere libertino, e nelle orge me lo vedo poco. (Anche perché il suo membro enorme avrebbe catalizzato l’attenzione di tutti come il Sacro Graal in una stanza buia… Ma di questo vi parlerò dopo).

Quindi, falso direi. Anche se, Rasputin una cosa la affermava: il sesso è parte di noi, dei nostri impulsi, e così ci ha creato Dio, come animali che godono, quindi perché mai dovrebbe esserci qualcosa di peccaminoso? (Applausi).

 

Okay, vi ho un po’ preso in giro, oggi non vi parlerò delle dimensioni mastodontiche del pene di Rasputin. Ma settimana prossima sì e vi racconterò anche tanti altri aneddoti divertenti attorno a quel depravato di Rasputin.

Nel frattempo, fatevi un giro sul resto della rubrica: QUI trovate tutti gli altri post di “Cose che non sapevi di voler sapere”.

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La paura di fallire e il diavolo

Fallire è un verbo con un’etimologia complessa. In realtà, semplicissima: deriva dal lat. FALLERE>fallire, con passaggio dalla terza alla quarta coniugazione.

Oggi con “fallire” intendiamo quando non ce la facciamo in qualcosa, quando perdiamo, quando scivoliamo. Ecco, il significato moderno è proprio collegato al concetto di “caduta”, come se la nostra impresa fosse una gara in cui stiamo dando il meglio di noi ma, all’improvviso, appoggiamo male il piede, la caviglia cede e noi ci troviamo col culo a terra.

In latino FALLERE significa ingannare, però, non sbagliare. Come ci siamo arrivati alla caduta, dunque? Beh, il significato moderno di “fallire” inizia a prevalere a un certo punto durante il medioevo, quando il verbo viene collegato intrinsecamente alla figura del diavolo. Ci sono due passaggi:

paura-di-fallire-etimologia

1) diavolo = ingannatore

Nei testi e nei commenti medievali il diavolo viene sempre indicato come “il bugiardo” o “l’ingannatore”, vedetelo nel volgare che preferite: è il fellone del fiorentino, è il fels/felh/fellon della lingua d’oc, e così via per francese e spagnolo. Prendiamo un’occorrenza a caso di “diavolo” sul TLIO:

Et Domeneddio disse: che ‘l diavolo è padre de la bugia e de la menziognia. (Andrea da Grosseto, 1268, tosc.)

2) diavolo = caduto, IL perdente

Il passaggio da “ingannatore” a “perdente” è legato al concetto negativo della caduta del diavolo, tanto negativo che l’Inferno per Dante si sarebbe creato dal ritrarsi della Terra per ribrezzo nei confronti di un tale essere. Infatti, il bugiardo per eccellenza, Satana, nell’ottica cristiana e, dunque, medievale è anche il fallito per eccellenza, un perdente. Finisce intrappolato nel regno dell’oscurità, un luogo senza stelle, maleodorante e colmo di dolore.

Il peccato è brutto, il peccatore pure. Per capire quanto sia fondamentale questa opposizione, basta pensare a tutta l’agiografia antica: non c’è storiella, leggenda o vita di santo in cui il profumo di santità non venga contrapposto al puzzo raccapricciante del peccato. (Anche da qui, in un certo senso, nasce l’immagine negativa della povertà, anche se procedendo con una logica in senso contrario: scarsa igiene e puzza = peccato).

 

E niente, ragionavo su questa cosa qualche settimana fa, pensando alla mia paura di fallire. Vi ricordate cosa vi ho raccontato l’ultima volta? (In Morti di fame, ma nativi digitali). Ecco, la devo smettere di avere paura. Ma non perché ce la farò sempre, o supererò brillantemente ogni prova, selezione, difficoltà. Piuttosto perché, anche se perderò, avrò vinto, e non è una questione di provarci. (Per me non esiste il TRY, esiste il DO or DO NOT, ho un’ottica Jedi da quando ho tre anni, prima ancora di sapere chi fosse Yoda).

È che io non inganno, è che con la radice di fallire non c’entro proprio niente. Chi vive con la logica del mors tua, vita mea ha già perso in partenza, fallendo su tutti i frangenti che rendono un uomo tale: la fiducia, la compassione, l’empatia, la cooperazione. Anche se arriverà primo (e magari verrà osannato dalla società), sarà un fallito.

E, conficcato nel suo antro di mondo perfetto, si perderà le stelle. (E quinci uscimmo…)

 

(Consigli per gli ascolti: Elastic heart – Sia, che ha pure un video bellissimo).

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Morti di fame, ma nativi digitali

Generazione 2.0, ho scoperto di appartenere a quella cerchia di individui che gli studiosi analizzano con attenzione, classificando il campione in ricerche che includono sempre il nome “nativi digitali”.

Ci chiamano così perché facevamo informatica alle elementari, a 8 anni avevamo un pc grosso come un tavolo e una connessione internet che si poteva usare soltanto rinunciando alla linea telefonica.

Bella roba. Io nativa digitale non sapevo nemmeno di esserlo. Certo, sono cresciuta col Commodore 64 prima, il Nintendo e il Super Nintendo dopo, il Game Boy color come regalo della Comunione, Age of Empires per tutta l’infanzia, GTA, Final fantasy e The Sims quando ancora la grafica faceva cacare (ma a noi sembrava di avere in mano una roba ultratecnologica e fighissima). Quindi, adesso non tiriamo fuori che i bambini non leggono più per colpa dei videogiochi, io ero una piccola nerd ma sono cresciuta anche a Piccoli Brividi e con gl’Istrici della Salani, e a 11 anni nulla mi ha impedito di leggermi Renata Viganò, Hemingway e Dickens e di amarli alla follia.

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Ma questo, sapete, quegli studiosi direbbero che è dovuto alla “attenzione selettiva” che aiutano a sviluppare i videogiochi, insieme alla capacità di risolvere i problemi, all’istinto alla cooperazione, a un immaginario complementare a quello della letteratura.

Tutto molto bello, certo.

Poi, a 26 anni ti trovi in un’aula universitaria gremita di persone della tua età, per l’ammissione a un master, e ascolti i discorsi attorno a te: sono disperato, questa è la mia ultima possibilità; non fanno che sfruttarmi, in più mi sottopagano; sto tentando questa strada perché ormai non mi prendono da nessuna parte; la mia laurea non vale niente. 4/5 delle persone lì presenti non accederanno al master, a quello che in molti chiamano “opportunità”, altri “piano B”; pochi poi vogliono fare quello davvero nella vita, tipo me.

È una di quelle occasioni in cui si gioca tutto su questa dicotomia: mors tua, vita mea.

Ed è terribile. Sperare che a qualcun’altro vada peggio di te, per prendergli il posto: è il mio piano b, levati! Un clima surreale, ben lontano da quello della scuola, dove la gente si aiutava ancora. Davanti a me c’è una ragazza, guardo le sue risposte e non ne ha azzeccata mezza, non che agli altri, me compresa, stia andando meglio. Ma lei non passerà sicuramente, e invece di fare un orribile conto dei caduti dentro di me (-1), mi fermo a pensare a cosa quella ragazza sogna nella sua vita.

Cosa avrebbe voluto da bambina, per cosa ha studiato finora, quali libri ha amato, da che parte d’Italia viene. Sì, perché c’è gente che arriva dalla Sardegna, dalla Sicilia, dalla Calabria, tantissimi accenti che formano un vociare confuso e ansioso in questa aula milanese. Eppure, siamo soltanto numeri a cui appioppare uno di quei test a risposta multipla, dove chissà cosa salterà effettivamente fuori della nostra preparazione.

Siamo soltanto i nativi digitali, i morti di fame senza un lavoro dignitoso, a cui spesso si chiede di rinunciare persino al sogno.

Mors tua, vita mea. È la logica della sopravvivenza, no?

 

Mal che vada, c’è sempre un piano B del piano B. (E un piano B del piano B del…)

(Consigli per gli ascolti: Imagine – John Lennon).

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Le monadi non hanno finestre, ma muri da abbattere

Nevica ogni anno, questo giorno. Certo, gli altri mica se ne accorgono, che mi sta nevicando dentro e sulle labbra, che i miei occhi cambiano per un giorno colore e diventano grigi come i tuoi tanti anni fa.

Soltanto ora so leggerci dentro a quella nebbia che ti riempiva: la ferocia, la smania di attaccarsi alla vita.

(Ma a volte splendevano di gioia pura e, allora, ecco che i tuoi occhi si riempivano di mare e quello era tutto l’azzurro a cui agognavo. Mi sono sempre chiesta: ero io a portarcela quella gioia, ero io la luce?)

Nevica, come in quella copertina del New Yorker, dove ci siamo io e te, mezzi svestiti su un letto sfatto. Soltanto ora la riconosco, quella ferocia, te la portavi addosso come se fosse un peso, ma poi adoravi scaricarla su di me. Mi dicono che l’odio sia salutare, che quella sia la strada più veloce per guarire, ma tu lo sai bene che non sono mai stata così. Ecco perché non sono mai riuscita a odiarti. Odiavo me, per aver permesso a qualcuno di farmi del male.

(Succede così, a certe donne, le si biasima per non essersene scappate da un uomo violento, da uno che le maltratta, che le tradisce, che le umilia, fa sentire sbagliate con ogni mezzo, o.)

monadi

Nevica anche oggi, nevica ogni dannatoquattordicifebbraiodelcazzo. Otto anni di attacchi di panico, fanculo. Il fatto è che io ero un fascio di luce, aprivo ogni mia cellula e mi facevo invadere dal mondo, il fatto è che amavo la vita, e credevo nelle persone, e mi gettavo a capofitto in tutto, e non facevo che ridere e ridere e piangere dal ridere.

Ma tu, tu mi hai resa una monade in un giorno di neve. Hai chiuso di colpo tutte le finestre che mi riempivano il corpo, come una corrente d’aria gelata. Si sono spente le candele, e all’improvviso non c’era più luce. (E voi mi chiamavate per nome, bussando forte sui muri. Ma io facevo finta di non essere in casa).

Mi ricordo come fosse oggi, il giorno in cui ho capito che sono una monade. Si pensa alle cose più assurde, nei momenti peggiori della vita. Io mi sono trovata a pensare a Leibniz,al suo “le monadi non hanno finestre”.

 

Ma sono passati otto anni. Otto, e sai? L’0tto è il numero della rinascita, mi ricordo persino di averlo spiegato una volta a un professore di Letteratura durante uno dei miei primi esami all’Università.  è un numero sacro in Oriente, perché rappresentata l’equilibrio, e non è un caso che sia anche il simbolo dell’infinito ribaltato. Anche i nostri battisteri hanno pianta ottagonale e, ma questa è una chicca per una come me che ama la scienza, è il numero atomico dell’ossigeno.

Quindi, sai, è ora di buttare giù i muri di quella stanza senza finestre in cui mi hai chiuso anni fa, e respirare a fondo. Ossigeno. Quanto è bello scoprire che ha smesso di nevicare.

 

(Consigli per gli ascolti: qualsiasi cosa di Mia Martini, che è bella come il sole).

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Cleopatra la bruttina e il bagno nel latte

Penso a Cleopatra e penso ai suoi lunghi bagni nel latte di asina. Mi succede così, quando devo invidiare qualcuno, io invidio lei, la regina delle regine. Affascinante e incredibilmente intelligente, Cleopatra ammaliava tutti e persino gli uomini più potenti del mondo cadevano ai suoi piedi come pere cotte.

E allora sì, quando in vasca chiudo gli occhi e penso, io invidio i litri di latte che la circondavano. Ma fosse anche cioccolato, fosse champagne, meraviglioso. Datemi un grammo del suo charme.

  • 1. Cleopatra non era bella

Figura tragica, inafferrabile, piuttosto di diventare la schiava d’altri si uccise. L’hanno impersonata le donne più belle di ogni epoca, è stata dapprima rappresentata nella scultura assimilandola all’immagine della bella Venere, e da lì ogni secolo ha prodotto le sue opere d’arte secondo i canoni del tempo (molto abbondante nei dipinti del Barocco, ombrosa e maledetta nel Romanticismo, perfetta come Liz Taylor col grande cinema degli anni ’60).

Ecco, abbiamo sbagliato tutti. Perché è vero che Cleopatra poteva permettersi di fare innamorare chiunque, ma per farlo non serve certo la bellezza. Ci dice Plutarco (Vita d’Antonio):

A quanto dicono la sua bellezza in sé non era del tutto incomparabile né tale da colpire chi la guardava; ma la sua conversazione aveva un fascino irresistibile, e da un lato il suo aspetto, insieme alla seduzione della parola, dall’altro il carattere, che pervadeva contemporaneamente i suoi colloqui, erano un pungiglione penetrante. Dolce era il suono della sua voce quando parlava; la lingua, come uno strumento musicale dalle molte corde, la piegava facilmente all’idioma che voleva usare.

Insomma, coltissima, conosceva e sapeva conversare in diverse lingue, aveva molti amici dotti del Museo e della Biblioteca alessandrina. Come si dice, il ricordo di un bel viso svanisce con le primavere, ma una conversazione intelligente te la porti nella tomba. Anche perché, studiando i ritratti più antichi e le effigi sulle monete, gli storici sono concordi nel ritenere che Cleopatra non avesse un profilo bellissimo e che, anzi, soffrisse di prognatismo. Ciò non le ha impedito di spingere i due uomini più potenti dell’epoca a fare follie d’amore per lei: Marco Antonio addirittura dispose nel suo testamento che il suo corpo fosse inviato all’amata per essere inumato ad Alessandria. Ma soprattutto, in vita, le regalò la Biblioteca di Pergamo. (E non so voi, ma un uomo che mi regala LA biblioteca per eccellenza, io lo amo per l’eternità).

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  • 2. Il bagno nel latte di asina

Si dice che per produrre il latte necessario ai suoi bagni di bellezza quotidiani la regina fosse fornita di una scuderia di ben 700 asine, un’immagine che è entrata prepotente nell’immaginario attuale anche a causa di qualche film hollywoodiano, poco avvezzo a controllare le fonti storiche (vedi Asterix e Obelix: missione Cleopatra). Da Cleopatra ad altre figure storiche discusse e affascinanti il passo è breve: anche di Paolina Bonaparte, sì proprio lei, si raccontano i lunghi bagni nel latte tiepido d’asina, scandalosi. E poi tutte le grandi amanti della storia, senza dimenticarci di Messalina, che ovviamente si sarebbe lavata e curata il corpo col miracoloso latte d’asina, capace di prevenire le rughe.

Ci deve essere un collegamento tra questo latte e lo scandalo, tra l’erotismo e l’indignazione.

Ecco, in realtà, nessuna fonte ci ha tramandato alcuna notizia riguardo i bagni di Cleopatra e il falso storico sarebbe nato soltanto in seguito, scambiando la protagonista della leggenda. Infatti, siamo in un’altra epoca e in un altro contesto e a parlarcene è Plinio il Vecchio: Poppea, anche lei colpevole di aver affascinato e traviato Nerone, si sarebbe concessa un bagno di bellezza quotidiano, immersa in latte d’asino. Un vizio di cui non sapeva proprio fare a meno, tanto che si sarebbe portata dietro  asine durante qualsiasi viaggio lontana da casa.

Che vi devo dire, probabilmente oltre alla mascella in avanti e al nasone, Cleopatra aveva pure le rughe quindi. Ma a me piace proprio per questo, questa Cleopatra saggia e devota all’amore, questa Cleopatra dolorosa e pronta a tutto per la libertà:

«O amato Antonio, poco fa ti seppellivo con mani ancora libere; […] nascondimi invece e seppelliscimi qui con te, poiché degli infiniti miei mali nessuno è grande e terribile quanto questo breve tempo in cui sono vissuta senza di te».

 

(E poi non venite a dirmi che non sono romantica. Consigli per gli ascolti: Stay – Rihanna).

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Perché Il Piccolo Principe ha avuto (e avrà) tanto successo

Ultimamente va un sacco di moda scagliarsi contro Il Piccolo Principe. Va benissimo, ci mancherebbe, ci sono mode più deleterie come quella dei risvoltini. Ecco, però una cosa che non posso accettare è che si dica che tutti quelli che la pensano diversamente non hanno un cervello. O, peggio, che non leggano libri. La logica sarebbe quella per cui “Se qualcuno ama Il Piccolo Principe è perché evidentemente non ha mai letto nulla” (copio il commento FB di un utente).

Se esiste storicamente la figura del critico letterario c’è una ragione. Internet ci ha fatto credere di poter dire tutto quello che pensiamo, che la disintermediazione sia sintomo di progresso, che la politica sia materia alla portata di tutti. Quando sento qualcuno sparare un sacco di fesserie su un libro, mi viene voglia di prendere quel pezzo di carta che è la mia laurea e di gettarlo al vento alla mercé degli uccelli. Il fatto è che io non vengo a parlarvi di ingegneria biomedica, a proporvi cure miracolose per le malattie, io non mi permetterei mai di dirvi come si costruisce qualcosa. (Per quest’ultima cosa, ad esempio, esistono delle professioni specializzate, delle figure ben precise: gli anziani che supervisionano i cantieri).

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Quindi, quando un giornalista del Fatto Quotidiano (e non mi dilungherò né a dirvi cosa penso di tale giornale, né a parlarvi del concetto di “giornalista” oggi) scrive un articolo chiedendosi perché mai un libro come Il Piccolo Principe abbia avuto e abbia tuttora un successo così stratosferico, mi cadono le braccia. (Sopravvalutato, banale!). Risponderò a questa domanda, anche se voleva essere retorica.

Il succo del discorso sarà: Il Piccolo Principe “è un testo poetico che riesce a condensare e contemporaneamente ad aprire a realtà simboliche complesse” (parole bellissime di Angela Prestifilippi, esperta di ermeneutica simbolica).

Il Piccolo Principe: perché tanto successo?

  • 1. Il linguaggio semplice

Il centro tematico più famoso del libro è quello della cura, nel senso latino del termine. Prendersi cura di qualcosa o di qualcuno significa preoccuparsi per quella cosa/persona. E, in questo, senso Il Piccolo Principe è un racconto che vuole educare al sentimento, all’interfacciarsi con l’altro: non sarà certo un caso che il linguaggio utilizzato sia semplice, piano, che ogni concetto sia supportato e accompagnato da immagini e metafore comprensibili, che persino il pensiero più semplice venga ripetuto alla nausea, ripreso a poche pagine di distanza. Perché sì, queste sono le caratteristiche tipiche di un testo scolastico, perché quel linguaggio è quello che va adottato quando si insegna. Dirò di più: quando si educa.

(Fare l’educatrice mi ha insegnato una tra le cose più utili di sempre: ricordarmi di considerare l’interlocutore, se necessario abbassare il livello del mio linguaggio, trovare dei punti di accordo che possano rendere più accessibile un ragionamento complesso. Insomma, se vuoi spiegare le frazioni a un ragazzino discalculico, poche balle, devi pensare a cosa gli piace, inventare metafore ardite, finire a parlare di torte al cioccolato o degli One Direction. Sì, persino questo).

Ecco, se vuoi educare al sentimento e vuoi che il tuo testo abbia un carattere di universalità, allora dovrai utilizzare dei termini di paragone validi ovunque e validi sempre: un bambino, un animale, un fiore.

  • 2.  “Una favola semiologica”: la lettura stratificata

La chiave di lettura del Piccolo Principe ci viene data nel primo capitolo, quello del cappello e del serpente per intenderci. L’autore non è uno stupido a cui piace scrivere libri di citazioni utilizzabili ovunque, dai muri dei bagni dell’autogrill ai baci Perugina, ma soprattutto da aggiungere sotto ai vostri selfie con la duck face.

La storia si presenta come quella di un bambino un po’ tonto alle prese coi suoi piccoli problemi di cuore (il cappello, insomma), ma ciò a cui l’autore vuole che arriviamo è la storia che sta dietro a una prima lettura semplicistica (il serpente che ha mangiato un elefante). Insomma, la riflessione generale sulla struttura del segno linguistico nel primo capitolo dovrebbe veicolare il lettore verso una lettura simbolica del testo che segue. È un po’ come se Antoine ci stesse suggerendo di proseguire con occhi nuovi, e chi vuole intendere intenda.

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  • 3. Una storia universale

Dall’Odissea in avanti il tema del viaggio è uno dei più affrontati e declinati nella letteratura. Il viaggio è metafora della vita, del cambiamento, della conoscenza. Se il Piccolo Principe non fosse partito, niente storia. Ma il Piccolo Principe deve partire, deve andarsene di casa, lontano dai confini di ciò che già conosce. È la storia di ogni essere umano che, suo malgrado, deve crescere e maturare, deve affacciarsi al mondo reale, ma soprattutto deve fare esperienza se vuole conoscere. Partire è necessario, quanto mutare è vitale. (Fermi ci stanno soltanto i morti).

E che è necessario, che è nella nostra natura, ce lo racconta uno tra i miti più longevi di sempre: quello dell’albero della conoscenza del bene e del male nell’Eden, quello dell’istinto a infrangere. È un viaggio conoscitivo che porta al dolore, certo, come quello di Ulisse raccontato nel XXVI dell’Inferno (fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguire virtute e canoscenza). Celebrato spesso come eroe umanista, Dante però lo ficca nel fondo dell’Inferno e su questo non ci sono dubbi: sbagliare comporta sofferenza, dolore.

Dall’altra parte, c’è il viaggio più difficile, quello in salita. Sacrificio, abbandono e fiducia completa, rinuncia ai propri egoismi. E qui parliamo di Dante e del suo viaggio, verso l’alto, ispirato da una catena discendente d’amore (tre donne salvano il poeta dal periodo buio della sua vita: la Madonna, Santa Lucia e Beatrice): Dante ci si affida allungando una mano, lasciandosi trascinare. Ecco, il Piccolo Principe vive entrambi i viaggi in questo libro: quello di conoscenza oltre le colonne d’Ercole e quello di una conoscenza più profonda e duratura, che intraprenderà con una misura estrema ma essenziale. È necessario sacrificare se stessi, è necessario mettersi nelle mani di un altro: per arrivare alla rosa (guarda caso, un viaggio verso l’alto), il Piccolo Principe abbraccia il suicidio.

  • 4. Ermeneutica simbolica in una “favola per bambini”?

Arriviamo al punto importante della questione: Il Piccolo Principe non è propriamente una favola per bambini. È complesso, è difficile, è intriso di rimandi fitti delle Sacre Scritture. Mi sorprende ancora che nessuno ne abbia fatto uno studio decente, ma mi sono ripromessa che è una di quelle cose che farò nella vita. Il Piccolo Principe non parla soltanto di amore, ma di Amore. È una storia mistica e la sua credibilità si fonda tutta su quella sospensione di giudizio che l’aviatore-autore ci chiede fin dall’inizio e fino all’ultima pagina: le sentiamo ridere le stelle? È una questione di Fede.

E il parallelo Cristo-Piccolo Principe è presente in tutta la storia: la ricerca di un pozzo nel deserto, de “l’eau vive” (in Giovanni 4, 10-14), il difficile addio prima del suicidio che ricorda la scena del Getsemani, fino al corpo del bambino che non viene più trovato (e vuoto è pure il sepolcro di Cristo). Il Piccolo Principe aveva uno scopo: quello di salvare l’aviatore (perso nel suo deserto-selva oscura), così come Cristo viene mandato sulla terra per salvare l’Uomo.

candida-rosa

E, infine, la rosa. Per la maggior parte dei critici è la figura femminile, la donna amata dal poeta. Certo, quello e molto altro probabilmente. Io, ad esempio, non riesco a non pensare ogni volta a cosa mette Dante al centro del Paradiso: una rosa (la Candida Rosa). Lì risiede la beatitudine, la pace, la completezza. E la rosa è il simbolo mariano per eccellenza. Credo che l’autore avesse ben presente tutte queste cose, credo che le abbia messe tutte assieme alla portata della nostra comprensione, tessendole in modo mirabile nella trama. E mi azzardo a dire che volesse dirci questo: il Piccolo Principe ha scelto, si lascerà trasportare verso l’alto, così come avviene in Paradiso dove si sale di livello lasciandosi elevare dalla luce dell’Amore (d’altronde, il suo “non era un corpo molto pesante”)

(E non ditemi che Antoine non aveva in mente proprio Dante quando scriveva “E cadde dolcemente come cade un albero”).

 

Conclusione: perché Il Piccolo Principe è un libro di successo e lo sarà sempre?

Perché è una storia semplice, semplicissima, che apre a più livelli di comprensione. Una complessità tale che forse non l’ha davvero capita nessuno, né quelli che la osannano né tantomeno quelli che la odiano. Non l’hanno capita soprattutto i giornalisti che seguono le mode degli haters e degli hipster, né io probabilmente. Ma rimane geniale e Antoine de Saint-Exupéry pure, e andrebbe letta ai bambini, ai lettori che verranno, insieme a Pinocchio, a Mary Poppins, al GGG, alla Fabbrica di cioccolato, ad Abbaiare stanca, a Peter Pan…

Questo è il punto. Fare leggere storie che educhino a essere adulti visionari, di cuore, coraggiosi, leali, a prendersi cura degli altri, a essere responsabili, ad accettare la sofferenza come parte di sé. A essere futuri lettori, pace.

 

 

PS: Io ho letto Il Piccolo Principe più di 100 volte nella mia vita, e non me ne vergognerò mai.

(Alcune fonti e letture interessanti nei commenti).