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Morti di fame, ma nativi digitali

Generazione 2.0, ho scoperto di appartenere a quella cerchia di individui che gli studiosi analizzano con attenzione, classificando il campione in ricerche che includono sempre il nome “nativi digitali”.

Ci chiamano così perché facevamo informatica alle elementari, a 8 anni avevamo un pc grosso come un tavolo e una connessione internet che si poteva usare soltanto rinunciando alla linea telefonica.

Bella roba. Io nativa digitale non sapevo nemmeno di esserlo. Certo, sono cresciuta col Commodore 64 prima, il Nintendo e il Super Nintendo dopo, il Game Boy color come regalo della Comunione, Age of Empires per tutta l’infanzia, GTA, Final fantasy e The Sims quando ancora la grafica faceva cacare (ma a noi sembrava di avere in mano una roba ultratecnologica e fighissima). Quindi, adesso non tiriamo fuori che i bambini non leggono più per colpa dei videogiochi, io ero una piccola nerd ma sono cresciuta anche a Piccoli Brividi e con gl’Istrici della Salani, e a 11 anni nulla mi ha impedito di leggermi Renata Viganò, Hemingway e Dickens e di amarli alla follia.

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Ma questo, sapete, quegli studiosi direbbero che è dovuto alla “attenzione selettiva” che aiutano a sviluppare i videogiochi, insieme alla capacità di risolvere i problemi, all’istinto alla cooperazione, a un immaginario complementare a quello della letteratura.

Tutto molto bello, certo.

Poi, a 26 anni ti trovi in un’aula universitaria gremita di persone della tua età, per l’ammissione a un master, e ascolti i discorsi attorno a te: sono disperato, questa è la mia ultima possibilità; non fanno che sfruttarmi, in più mi sottopagano; sto tentando questa strada perché ormai non mi prendono da nessuna parte; la mia laurea non vale niente. 4/5 delle persone lì presenti non accederanno al master, a quello che in molti chiamano “opportunità”, altri “piano B”; pochi poi vogliono fare quello davvero nella vita, tipo me.

È una di quelle occasioni in cui si gioca tutto su questa dicotomia: mors tua, vita mea.

Ed è terribile. Sperare che a qualcun’altro vada peggio di te, per prendergli il posto: è il mio piano b, levati! Un clima surreale, ben lontano da quello della scuola, dove la gente si aiutava ancora. Davanti a me c’è una ragazza, guardo le sue risposte e non ne ha azzeccata mezza, non che agli altri, me compresa, stia andando meglio. Ma lei non passerà sicuramente, e invece di fare un orribile conto dei caduti dentro di me (-1), mi fermo a pensare a cosa quella ragazza sogna nella sua vita.

Cosa avrebbe voluto da bambina, per cosa ha studiato finora, quali libri ha amato, da che parte d’Italia viene. Sì, perché c’è gente che arriva dalla Sardegna, dalla Sicilia, dalla Calabria, tantissimi accenti che formano un vociare confuso e ansioso in questa aula milanese. Eppure, siamo soltanto numeri a cui appioppare uno di quei test a risposta multipla, dove chissà cosa salterà effettivamente fuori della nostra preparazione.

Siamo soltanto i nativi digitali, i morti di fame senza un lavoro dignitoso, a cui spesso si chiede di rinunciare persino al sogno.

Mors tua, vita mea. È la logica della sopravvivenza, no?

 

Mal che vada, c’è sempre un piano B del piano B. (E un piano B del piano B del…)

(Consigli per gli ascolti: Imagine – John Lennon).

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Amica insonnia

Sono nata così. I primi 15 giorni della mia vita, dormivo di giorno e rompevo le palle ai miei genitori di notte. Il pediatra disse ai miei: “La bambina ha preso il giorno per la notte“. C’era un solo modo per farmi dormire: portarmi in giro in auto, oh lì sì che mi facevo delle belle dormite. Capita anche ora d’altronde, quando ho sonno, dopo una gita o durante un viaggio, io in auto, treno o pullman collasso. In aereo no, lì sto col naso contro il finestrino a dire: oh, guarda che bello.

(Lo sapete già che ho 13 anni, in realtà).

E lì, mamma e papà architettarono un piano cattivissimo.

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Mia madre, dopo l’ennesima notte insonne, l’indomani fece di tutto per tenermi sveglia tutto il santo giorno: piccoli spaventi, schiaffetti sulle guance. Niente riposini, bella di mamma. Ovvio che quella notte dormii secca come non facevo dai tempi dell’utero.

I miei fecero questa piccola cosa un po’ a cuor leggero, per farmi riprendere il ritmo della notte e del giorno, insomma. Ed eccomi qui, perennemente insonne, a non riuscire a dormire alle 3 o alle 4 del mattino nemmeno dopo 20 ore sveglia. Ora non posso non chiedermi: e se questo sia da sempre il mio bioritmo? Chi ha deciso che il giorno deve essere giorno per tutti, che non ci possano essere persone che semplicemente vivono meglio di notte?

No perché, a parlarci con gli insonni convinti come me, la sensazione è sempre la stessa: alla mattina dopo ti svegli dolorante, con malditesta pazzeschi, con un odio enorme verso te stesso, e una camera da letto in cui sembra esserci stata la guerra. (Calzini persi, trapunte cadute dal letto, pile di libri sul comodino, fazzoletti pieni di lacrime, computer e cuffiette perché la musica ti facesse compagnia). Noi ci conviviamo con le occhiaie viola o nere, noi ci beiamo del silenzio della Notte.

 

La notte è insostituibile, ma pagherei per avere un ritmo normale. Il problema è che non bastano più i trucchetti dei miei genitori, e a ventisei anni suonati sono costretta a tenermi borse sotto agli occhi, disperazione e sogni che soltanto la notte sa dare.

(Il sonno porta consiglio, dicono. Quanto ne vorrei).

 

(Consigli per gli ascolti: The Cranberries – Ode to my family).

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Un orso polare bipolare

Non aspettatevi troppa coerenza da una come me, ve ne prego. Il fatto è che passo facilmente dalla disperazione più acuta a un’euforia invadente e contagiosa.

Va da sé che il titolo non c’entri nulla con ciò di cui vi parlerò.

è stato il seme di un dubbio improvviso, scoppiatomi nel cervello mentre pranzavo oggi, godendomi la mia unica ora al giorno di televisione con un programma spazzatura, (di quelli che amo tanto, per intenderci). Dico sempre: tanta cultura, libri e serietà, ogni tanto c’è da mettersi davanti a Real Time per capire quanto male va il mondo.

Non era Appuntamenti da incubo, né Chi diavolo ho sposato?, né My strange addictionPazzi per la spesa. Questa è una novità di canale 31, che trovate a mezzogiorno: coppie di sconosciuti che escono a cena. Un appuntamento al buio, ma scoppierà la scintilla?

Beh, a me è scoppiato sto seme del dubbio, invece. Sullo schermo questi due tizi strambi, lui editore francese, un po’ scassapalle, e lei bipolare, fissata col sesso. E ho pensato: Dio, come sono carini assieme! Lei, la bipolare dico, si mette a raccontare di quando ha abbandonato il marito per scappare con un uomo di dieci anni più giovane di lei, lo fa sorridendo, ma all’improvviso gli occhi lucidi: “Ho fatto tanto soffrire quell’uomo e i miei figli”. Poi si scusa: “Scusate, rido e piango assieme, sono bipolare. Mi è stato diagnosticato un anno fa”.

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Tac. Il seme scoppia.

(E non sapevo nemmeno fosse lì).

Ho fatto 2 + 2, depressione + euforia + malata di sesso = oddio, sono bipolare?

E lì, ho fatto la cosa che non bisognerebbe fare mai: fare una ricerca su Google. Il risultato, questo, mi ha dato la conferma: ecco che cos’ho! Sono chiaramente bipolare. Forse un po’ ninfomane, sicuramente paranoica.

Ecco, fate passare i post di questo blog: felicità, tristezza, tristezza, disperazione, felicità, euforia pura, ilmondofaschifo, depressione, tristezza, felicità. Ho aperto il diario che giace sepolto sotto una caterva di libri, sul mio comodino: nel giro di pochi giorni ti odio e poi ti amo, e poi ti odio di nuovo; oggi credo che posso farcela, domani che non c’è speranza.

Bipolarismo. In continuo transito tra due poli, la felicità e la tristezza, il successo e il fallimento. Ehi, non è forse questa la vita di tutti? Il nero, e il bianco. E noi viaggiamo in continuazione tra due vette, tra inferno e paradiso, lo facciamo di continuo. Basta una parola sgarbata da parte del fidanzato, basta il sorriso di uno sconosciuto, basta che oggi piove e hai perso il tram, basta che un collega ti dica “bel lavoro”. Tristezza e felicità, non le possiedi mai entrambe come vorresti.

A voi non capita, forse? E sapete cosa? Anche se lo dovessi essere soltanto io, non m’importa. Non darò certo un nome a come sono fatta.

 

(Consigli per gli ascolti: Ermal Meta – Umano)

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Il sesso che ci facciamo

Visto che mi piacciono le note stridenti, far accapponare la pelle, la pietra dello scandalo, pensavo che dopo un post su un funerale ce ne stesse proprio bene uno sul sesso.

Perché vedete, il sesso è vita.

 

Il sesso che ci facciamo è qualcosa che fa male, è qualcosa che fa bene. La mano tesa a curarmi questa notte è la stessa pronta a uccidermi tutte le notti che seguiranno, vuote di te.

Il sesso che ci facciamo sono le tue parole improvvise e piene di desiderio, sono i miei silenzi inginocchiata tra le tue gambe. Io sono la tua dea, io sono peggio di tutte le tue schiave. Dammi da bere di te, neanche potessi scioglierti nella mia bocca e restare. Il nostro è un effimero tentativo di possederci, di fermare il moto perpetuo che ci tiene lontani, di cancellare la paura.

Il sesso che ci facciamo mi guarisce l’anima, umiliandomi il corpo. Il mio corpo si piega inerme sotto i tuoi colpi, si arrende alla corsa, si lascia legare e plasmare in forme mai viste. Ti sento nello stomaco mentre, lo sguardo fisso negli occhi, mi dici: mia.

(E allora, fanculo secoli di femminismo, tutte quelle cose che dico sulla mia libertà individuale, nobody’s wife de che).

il sesso che ci facciamo

Ti dico: tua. Ma lo faccio urlando, sono solo un animale che tu stai scuoiando vivo, sono il dolore primigenio del mondo, sono il saluto del neonato all’universo.

Il sesso che ci facciamo è una condanna. Una vera bruttura da parte di chi ci ha fatti incontrare, per poi non riuscirci a lasciare più. E così, persino dall’altra parte del mondo, chiudiamo gli occhi e godiamo dell’altro, con la cattiveria nel cuore di voler allontanare dal nostro letto al più presto chi ha osato entrarci senza essere te, senza essere me. (Mio, ti dico, tuo, rispondi.)

Il sesso che ci facciamo è un coltello che unisce. Mi abbracci e non capisci perché io soffra tanto, quando mi dici che non c’è nulla di sbagliato, in me.

Il sesso che tu mi fai è il marchio di chi mi ha fatto male con una parola, con una violenza, con un abbraccio o un bacio negato. Le tue mani riempiono i singhiozzi, le tue spalle inondate dai miei occhi, il pavimento freddo contro la schiena.

 

E piango, amore mio, perché tua non sono, piango, perché non appartengo a nessuno. And every demon wants his pound of flesh.

(Consigli per gli ascolti: Florence + The Machine – Shake it out)

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Fredda terra, sei mia

Fredda terra, dalla nebbia anche nelle sere d’agosto, le risaie e le montagne. Fredda tu hai reso freddi noi, che ti abitiamo tra i solchi delle tue colline, amanti di vino e delle montagne che ti dominano.

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Quando torno, è la cupola di san Gaudenzio a farmi stringere il cuore, sono a casa. Anche se odio questo posto. Odio Novara tutta e le sue risaie popolate di aironi cinerini, le feste di paese d’estate con la musica del calcinculo che ti insegue in camera di notte fino a tardi, il liscio e la paniscia. La festa dell’Unità, una foto di noi con la maglia rossa, giovani e matti, ce ne scappavamo da lì con qualche bottiglia di Lupo Rosso e coi salami di fidighina sotto alle felpe. A una certa ora ci entrava il freddo della Meja vicina nelle ossa, tanto che avevamo finito col rinominarla “La festa dell’umidità“.

Altre volte facevamo mattino con le carte sui tavolacci sparecchiati alla bell’e meglio, vai di briscola, vai di scopa. Il tributo a De André ogni anno, gli abbracci degli amici sulle panche, eravamo una cosa sola e nemmeno lo sapevamo.

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Ma fredda, fredda terra, sapevo ci avresti contagiato.

La malinconia ferma di Vercelli d’inverno, gli anni d’università, l’amore da dimenticare e poi quello con cui risanarsi, piangere in silenzio nella basilica di sant’Andrea, un vecchio prete spazza a terra, mettendoti a disagio. E non vedi mai a un palmo dal naso, la nebbia ti è persino dentro.

Ma come faccio a raccontarti tutto questo, come? Che non capiresti, che non ne vedi il fascino che mi trattiene, forse desiderando che io non abbia radici. Ma questa è la mia terra, fredda terra, intrisa e bagnata di fiumi e laghi, che ci nevica addosso prima che altrove, che apro la finestra e mi guardano il Mottarone e il Monte Rosa. Le passeggiate nel budello di Arona fino in piazza del Popolo ad ammirare la rocca d’Angera che domina il lago Maggiore, mentre il san Carlone sull’altra riva controlla. Ma poi il bagno lo facciamo soltanto nel lago d’Orta, e per san Lorenzo ci sdraiamo sui pontili avvolti dai sacchi a pelo, a fare a gara a chi vede più stelle, a ritrovarci con gli amici che si sono trasferiti, ma tornano sempre.

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E non capisci che i paesaggi che tanto ti hanno fatto amare “La chimera” sono quelli dove anch’io sono cresciuta, che m’appartengono tanto da potermi definire. Che vorresti amarmi, ma non per questo attaccamento insano che ho per i luoghi e per le persone che li abitano, per il nostro dialetto sghembo.

Che ti racconto cose che per te non hanno sapore. Ma loro sono le mie persone, non saranno mai fantasmi, loro sono i miei fratelli. Che cantiamo “Valsesia” a memoria ai concerti folk, con la mano sul cuore pensando ai nostri nonni che hanno combattuto, (“ai nostri morti l’abbiam giurato, dobbiamo vincere o morire”). Loro hanno dei visi, delle voci che sogno di notte, delle rughe che conosco a memoria.

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E tu avresti la presunzione di conoscermi, senza tutto questo?

E tu, davvero, credi basta fare le valigie ed andarsene?

La nebbia ti entra dentro, e non se ne va più. Ecco perché parli, parli, parli, ma da solo, e mentre penso che non capirai mai, non te lo dico. Sì, me ne sto zitta persino quando non sorridi a un mio aneddoto divertente di qualche anno fa. (Tu ti meriti di più, mi ripeti). Sono fredda, fredda come la mia terra, quella che mi ha generato e reso così. Muta, triste e distante, tanto che né della mia terra né di me percepisci il calore oltre il velo.

 

 

(Scusate se vi ho ammorbato con decine di foto, ma ci tenevo a condividere la bellezza di questo posto che odio e che amo tanto).

ps. Regalo sonoro. Cia’ ascoltatevi Valsesia, che è così bella:

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Quando lui dice: ti amo, e tu: grazie

Oggi ho letto da qualche parte lo stralcio di una lettera d’amore inviata da Antoine de Saint-Exupéry, una roba dolce e romantica da far venire il diabete. E ho pensato: oddio, perché nessuno mi ha mai mandato una lettera così bella?
1) Non si inviano più le lettere;
2) Se un uomo lo facesse, io non gli risponderei.

E alla fine arriva sempre il momento, quel momento, quello in cui una persona con cui stai bene, ma tanto, rovina tutto dicendo: ti amo. Quasi sempre dopo il sesso, quando siete nel letto sfatto e tu hai l’autostima a mille e ti senti la dea Hathor e Venere e Afrodite (che poi sono tutte la stessa cosa). La prima volta è sempre lì, lui si gira, ti guarda negli occhi e (forse per ringraziarti dell’orgasmo, forse chissà), ti fa quello sguardo. E tu lo riconosci e l’omino che hai nella testa attiva l’allarme generale.
Il più delle volte riesce a evitare la catastrofe, ti fa uscire con frasi tipo: devo fare la pipì, ma quanto sei carino sembri un bambino, vuoi che ti schiaccio i punti neri, ma questi capelli bianchi da quando ce li hai?
Altre volte no, e allora il tuo cuore batte all’impazzata, perché lo sai che arriverà e. Ti amo. (Da adesso mi chiamerai amore, come mi hanno chiamata tutti? Come hanno chiamato le altre dopo di me? Come chiameremo chissà quanti, chissà).

Rispondere a un ti amo con garbo, è possibile? Io l’ho fatto così:
a) grazie (è quello che ho utilizzato di più, ma può spezzare il cuore dell’altro)
b) sorridendo
c) lo so (e poi ridi. Okay, questa non è propriamente garbata)
d) tu ami tutti (questa è senza dubbio la migliore, perché non vuol dire davvero niente).

baciati ansia
Ecco come non rispondere: ti amo.
(Perché, sai, anche se ti amo, e fidati che ti amo davvero tanto, ti distruggerò.
Con la mia vita, coi miei problemi, con le mie notti insonni e i miei pomeriggi a terra a piangere. E tu non meriti questo.
Perché poi, sai, ti stancherai, troverai di meglio, mi tradirai. Come hanno fatto i miei nonni, come hanno fatto i miei padri, come la storia mi ha insegnato. Non posso darti la soddisfazione di sapere che sono stata tua, non sono una delle tue vacche da marchiare. Non merito questo.)

Boh, meglio darli con parsimonia questi “ti amo”. Che poi se si amano tutti in giro, non si capisce perché ci siano tanti matrimoni falliti, figli illegittimi, amanti e burattini. (Non si capisce perché facciate sempre finta che vada tutto bene). Forse bisognerebbe soppesarli di più, aspettare prima di correre all’altare, prima pensare ai nomi dei figli, prima di affrettarsi alle domeniche in famiglia, la casa e il laghetto con le tartarughe.

Cazzo, trombate più che potete!
Meglio così. Io ti amo anche, eh, ma per ora: grazie.

 

ps. Non me ne vogliano i puristi della lingua per la parolaccia. E non intendo trombare: trombare è l’atto d’amore più puro che ci sia. Ma se preferite un sinonimo, scrivetemelo nei commenti. 🙂

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Ho deciso. Forse

Mia madre da sempre mi chiama l’Eterna Indecisa. Perché? Semplice.

« D., hai scelto che pizza prendere?»

« Non so, sono indecisa tra la parmigiana o la capricciosa.»

« Prendi la capricciosa che qui la fanno buona.»

« Ma sì, credo farò così.»

2 minuti dopo.

« Ma, secondo te, non è un po’ pesante la capricciosa? Poi è da tanto che non mangio le melanzane.»

« Boh fai te.»

« No, dai, aiutami

« Dai, prendi la parmigiana che so che ti piace.»

3 minuti dopo.

« La signorina prende?»

« Una al salame piccante.»

 

Ecco. Benvenuti nella mia vita; divertente, vero? Ma tragico. Non so decidermi, mai. Così nella vita, a partire dagli 8 anni all’odiosa domanda “Che cosa vuoi fare da grande?”, ho risposto così: la maestra, la veterinaria, la fisioterapista, la sessuologa, la pasticcera, la giornalista, la ricercatrice in filologia, l’etnologa (vi giuro), l’addetto ufficio stampa, l’insegnante di lettere, la copywriter, ecc.

Vi giuro che non ho ancora capito cosa voglio fare. Il fatto è che mi piacerebbe fare tutto! (A parte la veterinaria e l’etnologa forse). Io non sono UNA cosa soltanto.

ho deciso forse

Ho 26 anni e forse il mio problema è proprio questo. Io sono una che lavora sodo, non importa quale sia il lavoro. Io sono una che ci mette cuore e passione in ciò che fa. MA sono a casa da un anno, senza un lavoro che si possa mettere sul cv: mille ore di ripetizioni a ragazzi di ogni età, collaborazioni con giornali locali non retribuite, progetti personali di “facciamo un magazine online”, studio personale di libri di marketing, economia. E poi quei 2 mesi a Milano con un corso professionalizzante in comunicazione, la borsa di studio, la bellezza di essere immersi in un contesto pseudolavorativo.

Adorerei fare l’insegnante di italiano in un Liceo, impazzirei a lavorare per una rivista, amerei alla follia fare l’ufficio stampa. Deciditi, D., DECIDITI.

Io sono qua, ferma. Mentre i miei coetanei vanno avanti, chissà per dove. E davvero sembrano sicuri di ciò che fanno, con le giuste spinte, col papi che sborsa soldi e amicizie. (Mentre il mio di padre lavora a 6000 km da qui per pagarsi i debiti di una vita da povero).

Loro vanno avanti.

Io sto ancora leggendo il menù.