2

5 cose per quando sarò ricca

Sì sì, lo so che manco da molto e sono tacciabile di incoerenza e altre mille ragioni che mi portano a dire: ma chi ve lo fa fare di leggermi? Eppure siete qui, quindi ve li beccate, i miei propositi per quando sarò ricca (o perlomeno una parte). E sì, non uso un periodo ipotetico perché si dice che a sognarle con poco ardore, poi le cose non succedono. O perlomeno io la penso così. Quindi:

1) un viaggio in Argentina, tipo subito

2) QUEI libri che voglio da anni ma che costano troppo (tipo tutti quelli sui bestiari medievali, quei libri meravigliosi della Taschen e così via)

3) fare certi regali a certe persone (perché sono anni che sento storie tanto tristi e dolci e che prometto di elargire cose a destra e manca)

4) una (seconda) casa al mare. Perché da vecchia voglio fare colazione nella mia veranda che dà sul mare mosso d’inverno, guardare fuori con sguardo sapiente e scrivere romanzi di poco successo. E d’estate sdraiarmi in spiaggia a guardare le stelle di notte (coi reumatismi che mi affliggono e una copertona addosso).

f37d0f35c92ada331dc2be0ac0a13d5d--art-portfolio-fine-art-photography

♛ nota: sono soltanto al quarto punto e già mi sto abbandonado a sogni romantici intrisi di pathos.

5) Sky cinema, e ho detto tutto (mi accontento davvero di poco).

 

Ci sono poi altre cose, ma non si dicono ad alta voce, perché poi altro che voli pindarici.

E poi basta, perché la verità è che alla fine ciò che voglio dalla vita sono le persone, e i soldi non sono poi molto a confronto.

Annunci
5

Bisogna chiudere per aprire

I funerali nella famiglia di mia mamma sono qualcosa che fa storcere il naso da chi ci vede dall’esterno. C’è un grande dolore e allo stesso tempo una grande allegria, fatta di battute tra fratelli e cugini, di “guarda come si è vestito male quella”, di “ti ricordi quella volta che?”, di tavolate di cibo e racconti di aneddoti, ricordi.

Piangiamo e ridiamo assieme.

Una famiglia di bipolari.

A mia nonna Antonietta sarebbe piaciuto esserci, al suo funerale. Avrebbe criticato la sorella che si è presentata in ritardo, mi avrebbe chiesto se la camicetta che indossavo era nuova (mi sembra di sentirla: “Ci stai acconc”), avrebbe fatto qualche battuta (anche sconcia) a mio cugino. Qualcuno grande e grosso per abbracciarla avrebbe dovuto alzarla di peso, mentre con me avrebbe tirato fuori un fazzoletto dal reggiseno dopo essersi accorta di avermi bagnato le guance baciandomi.

Siamo una carovana di persone. 4 figli, 7 nipoti e 7 pronipoti. Mia mamma era la più piccola dei figli, quella avuta per sbaglio a quarant’anni, e io la più piccola e silenziosa dei nipoti. Sono sempre stata una bambina atipica, una di quelle che non rompono le palle: lasciatemi lì con qualche pennarello e un foglio e mi arrangio.

fiori

Ci ho passato le domeniche della mia vita a casa di mia nonna, e non vedevo l’ora che arrivasse la primavera: nel cortile non c’era un solo sasso fuori posto, era tutto uno strepitio di colori nuovi. Fiori ovunque. Il fatto è che mia nonna aveva un pollice d’oro, mica verde: lei piantava un semino mezzo morto e ci cresceva la pianta più forte di sempre. Prima di andarmene, c’era un giro d’obbligo, una rotazione di tutte le piante ripetendone i nomi: questo è il maggiociondolo, questa la surfinia e così via. (E io che faccio morire le piante grasse).

C’era un mondo fatato che andava a costruirsi nella mia testa ogni volta che mi parlava e che viveva nei suoi racconti d’infanzia, il mondo di Benevento e Caserta, dei chilometri da fare a piedi per andare a prendere l’acqua col secchio, delle ore passate a cucire le foglie di tabacco sul terrazzo, di quella volta che la mamma Vittoria corse ad abbracciarla piangendo di gioia: “Sono arrivati gli americani!“.

 

La cosa che mi fa più paura di perdere qualcuno riguarda le domande che non ho fatto, le cose che mi sono dimenticata di chiedere. Quando qualcuno muore, si perde per sempre la sua memoria. Si perde la possibilità del racconto.

Oggi sono un po’ più orfana di parole, sai?

Piangiamo un po’, ma ridiamo di più. A te, in fondo, sarebbe piaciuto così. Prima di aprire una nuova porta, è necessario chiudere quella da cui siamo usciti. Altrimenti, sai che corrente d’aria? Buon viaggio, nonna.

8

Prima di partire (pensa a tornare)

C’era una canzone estiva molti anni fa, più di 10 ormai, diceva “prima di partire per un lungo viaggio, porta con te la voglia di non tornare più”.

Io parto sempre con la voglia di tornare: il viaggio si può dire davvero tale se quella voglia di non partire più te la fa venire durante. Un viaggio è tale se torni a casa diverso da come eri partito, se ti cambia, se ti apre nuove porte, se ti offre nuovi occhi con cui guardare il tuo mondo.

Ho un sacco bisogno di nuovi occhi, e avrei ancor più bisogno di quella capacità che hanno certi di andarsene, e basta. (Ve ne avevo parlato qui: L’urgenza del migrante e della scimmia). Il fatto è che non ero pronta nemmeno finito il liceo, di prendere e andarmene. (Quello è il momento perfetto). Avevo un piccolo gruppo di amici che chiamavo “Popolino”, a breve mi sarei innamorata di quella che è tuttora la persona più importante della mia vita, una madre da salvare, e poi mi iscrivevo a una facoltà che si basa tutta sull’amore per l’italiano, una lingua dolce e complicata.

Andarmene per dove?

viaggiare

Rimpiango a volte di non essere stata più coraggiosa, e mi ammonisco per non riuscire a esserlo tuttora. Il fatto è che io non sono una di quelli che partono, e basta. Forse vorrei, ma mi risulta contro natura. Non riuscirei ad andarmene via da qui, e non solo per i luoghi e le persone che amo, ma per un modo di ragionare che per me è tutto collegato alla lingua. Posso anche saper parlare l’inglese (o almeno provarci), lo spagnolo e il francese, ma il mio pensiero è italiano. E ogni parola mi genera un ricordo, dettato da un suono: la ritrovo nella mia mente nel verso di quella poesia di Montale o di Gozzano, mi ricorda l’atmosfera di un particolare canto della Commedia.

Ho una memoria pessima per certe cose (come i visi delle persone), ma ottima per le parole. Ha un senso forse? A distanza di anni, a distanza di decenni, ricordo esattamente la frase che qualcuno mi ha detto al primo incontro, durante una litigata, dopo un abbraccio, durante il sesso, alla fine di un esame. Rivivo con quelle l’emozione che mi fecero provare allora. Sarà per quello che sogno persone senza volto, ma con un timbro e una cadenza ben riconoscibile.

Quindi, sì, partiamo. Anche domani mattina, andiamo nella Londra che sogno di visitare da quando la prof Barcellini mi insegnava magistralmente la grammatica e il bon ton inglesi. Ma lo faccio con l’idea di tornare, qui.

L’importante è che il viaggio mi renda diversa da oggi. Che mi arricchisca, sì, e mi renda pronta al domani.

 

(E non importa se il viaggio sia di tre giorni o un mese. Ci innamoriamo in poche ore di qualcuno, e basta quello a cambiarci la vita.)

Consigli per gli ascolti: Message in a bottle – The Police

1

Fredda terra, sei mia

Fredda terra, dalla nebbia anche nelle sere d’agosto, le risaie e le montagne. Fredda tu hai reso freddi noi, che ti abitiamo tra i solchi delle tue colline, amanti di vino e delle montagne che ti dominano.

9

Quando torno, è la cupola di san Gaudenzio a farmi stringere il cuore, sono a casa. Anche se odio questo posto. Odio Novara tutta e le sue risaie popolate di aironi cinerini, le feste di paese d’estate con la musica del calcinculo che ti insegue in camera di notte fino a tardi, il liscio e la paniscia. La festa dell’Unità, una foto di noi con la maglia rossa, giovani e matti, ce ne scappavamo da lì con qualche bottiglia di Lupo Rosso e coi salami di fidighina sotto alle felpe. A una certa ora ci entrava il freddo della Meja vicina nelle ossa, tanto che avevamo finito col rinominarla “La festa dell’umidità“.

Altre volte facevamo mattino con le carte sui tavolacci sparecchiati alla bell’e meglio, vai di briscola, vai di scopa. Il tributo a De André ogni anno, gli abbracci degli amici sulle panche, eravamo una cosa sola e nemmeno lo sapevamo.

4

7

Ma fredda, fredda terra, sapevo ci avresti contagiato.

La malinconia ferma di Vercelli d’inverno, gli anni d’università, l’amore da dimenticare e poi quello con cui risanarsi, piangere in silenzio nella basilica di sant’Andrea, un vecchio prete spazza a terra, mettendoti a disagio. E non vedi mai a un palmo dal naso, la nebbia ti è persino dentro.

Ma come faccio a raccontarti tutto questo, come? Che non capiresti, che non ne vedi il fascino che mi trattiene, forse desiderando che io non abbia radici. Ma questa è la mia terra, fredda terra, intrisa e bagnata di fiumi e laghi, che ci nevica addosso prima che altrove, che apro la finestra e mi guardano il Mottarone e il Monte Rosa. Le passeggiate nel budello di Arona fino in piazza del Popolo ad ammirare la rocca d’Angera che domina il lago Maggiore, mentre il san Carlone sull’altra riva controlla. Ma poi il bagno lo facciamo soltanto nel lago d’Orta, e per san Lorenzo ci sdraiamo sui pontili avvolti dai sacchi a pelo, a fare a gara a chi vede più stelle, a ritrovarci con gli amici che si sono trasferiti, ma tornano sempre.

6

2

E non capisci che i paesaggi che tanto ti hanno fatto amare “La chimera” sono quelli dove anch’io sono cresciuta, che m’appartengono tanto da potermi definire. Che vorresti amarmi, ma non per questo attaccamento insano che ho per i luoghi e per le persone che li abitano, per il nostro dialetto sghembo.

Che ti racconto cose che per te non hanno sapore. Ma loro sono le mie persone, non saranno mai fantasmi, loro sono i miei fratelli. Che cantiamo “Valsesia” a memoria ai concerti folk, con la mano sul cuore pensando ai nostri nonni che hanno combattuto, (“ai nostri morti l’abbiam giurato, dobbiamo vincere o morire”). Loro hanno dei visi, delle voci che sogno di notte, delle rughe che conosco a memoria.

8

10

E tu avresti la presunzione di conoscermi, senza tutto questo?

E tu, davvero, credi basta fare le valigie ed andarsene?

La nebbia ti entra dentro, e non se ne va più. Ecco perché parli, parli, parli, ma da solo, e mentre penso che non capirai mai, non te lo dico. Sì, me ne sto zitta persino quando non sorridi a un mio aneddoto divertente di qualche anno fa. (Tu ti meriti di più, mi ripeti). Sono fredda, fredda come la mia terra, quella che mi ha generato e reso così. Muta, triste e distante, tanto che né della mia terra né di me percepisci il calore oltre il velo.

 

 

(Scusate se vi ho ammorbato con decine di foto, ma ci tenevo a condividere la bellezza di questo posto che odio e che amo tanto).

ps. Regalo sonoro. Cia’ ascoltatevi Valsesia, che è così bella:

3

L’urgenza del migrante e della scimmia

I viaggi sono indispensabili: servono a chiudere cerchi, servono ad aprirne di nuovi. Qualche giorno a Madrid, incontrare persone che parlano una lingua che non è mai stata tua, comunicare a tutti i costi, comprendersi a fondo.

(“Non credevi che il paradiso fosse solo lì al primo piano”).

Il mio viaggio ha chiuso un anno di disoccupazione, ma non forzata. Qualche offerta di lavoro, tutte rifiutate non per paura, ma con un sorriso. Madrid ha chiuso un anno in cui è stato necessario fermarsi, provare tutto, fare cose nuove, curarsi seriamente.

Madrid aprirà un anno diverso. Lo so.

migrante scimmia

C’è un tempo per contemplare i propri fantasmi, e c’è un tempo per sotterrarli. (“e tu che con gli occhi di un altro colore, mi dici le stesse parole d’amore”). Il viaggio e il distacco sono due temi che mi hanno sempre molto affascinato: cosa ti spinge a prendere e partire? Perché tu che sei partito per la terra del grande sogno americano, lo hai fatto portandoti dietro soltanto una valigia tanto piccina da non starci nulla? Con quale certezza.

Ma il migrante, ma Lucia, partendo, la possedeva: “e non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande” (dall’addio ai monti di Manzoni).

E ancora, dice il brasiliano Monteiro Martins: “Quando la scimmia lascia il ramo dov’è appesa, per aggrapparsi a un altro che ha intravisto tra il fogliame, può sembrare a chi l’osserva che voglia spiccare il volo senza ali di sorta. Ma per istinto la scimmia sa benissimo che non precipiterà nel vuoto. Allo stesso modo, qualcosa dentro al migrante sa dove si trova esattamente il ramo che lo aspetta, che aspetta le sue mani sicure, ed è questo qualcosa che lo spinge al salto“.

Qualche giorno a Madrid, la sicurezza acquistata di poter fare ciò che voglio. A volte, è necessario fermarsi, per saper ripartire. E sì, sono ripartita. Con una valigia davvero più piccola di quella che avrei immaginato, peso leggero. Non mi servono i miei fantasmi, non mi serve la rabbia, non mi serve l’ansia o la paranoia, non mi serve la paura, non mi servi tu. (“Non sono riuscito a cambiarti, non mi hai cambiato, lo sai”).

Ho la sicurezza che un ramo mi attende, sono pronta a saltare.

 

Consigli per gli ascolti: Il blasfemo (Dietro ogni blasfemo c’è un giardino incantato) – Fabrizio De André