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5 cose per quando sarò ricca

Sì sì, lo so che manco da molto e sono tacciabile di incoerenza e altre mille ragioni che mi portano a dire: ma chi ve lo fa fare di leggermi? Eppure siete qui, quindi ve li beccate, i miei propositi per quando sarò ricca (o perlomeno una parte). E sì, non uso un periodo ipotetico perché si dice che a sognarle con poco ardore, poi le cose non succedono. O perlomeno io la penso così. Quindi:

1) un viaggio in Argentina, tipo subito

2) QUEI libri che voglio da anni ma che costano troppo (tipo tutti quelli sui bestiari medievali, quei libri meravigliosi della Taschen e così via)

3) fare certi regali a certe persone (perché sono anni che sento storie tanto tristi e dolci e che prometto di elargire cose a destra e manca)

4) una (seconda) casa al mare. Perché da vecchia voglio fare colazione nella mia veranda che dà sul mare mosso d’inverno, guardare fuori con sguardo sapiente e scrivere romanzi di poco successo. E d’estate sdraiarmi in spiaggia a guardare le stelle di notte (coi reumatismi che mi affliggono e una copertona addosso).

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♛ nota: sono soltanto al quarto punto e già mi sto abbandonado a sogni romantici intrisi di pathos.

5) Sky cinema, e ho detto tutto (mi accontento davvero di poco).

 

Ci sono poi altre cose, ma non si dicono ad alta voce, perché poi altro che voli pindarici.

E poi basta, perché la verità è che alla fine ciò che voglio dalla vita sono le persone, e i soldi non sono poi molto a confronto.

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Fredda terra, sei mia

Fredda terra, dalla nebbia anche nelle sere d’agosto, le risaie e le montagne. Fredda tu hai reso freddi noi, che ti abitiamo tra i solchi delle tue colline, amanti di vino e delle montagne che ti dominano.

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Quando torno, è la cupola di san Gaudenzio a farmi stringere il cuore, sono a casa. Anche se odio questo posto. Odio Novara tutta e le sue risaie popolate di aironi cinerini, le feste di paese d’estate con la musica del calcinculo che ti insegue in camera di notte fino a tardi, il liscio e la paniscia. La festa dell’Unità, una foto di noi con la maglia rossa, giovani e matti, ce ne scappavamo da lì con qualche bottiglia di Lupo Rosso e coi salami di fidighina sotto alle felpe. A una certa ora ci entrava il freddo della Meja vicina nelle ossa, tanto che avevamo finito col rinominarla “La festa dell’umidità“.

Altre volte facevamo mattino con le carte sui tavolacci sparecchiati alla bell’e meglio, vai di briscola, vai di scopa. Il tributo a De André ogni anno, gli abbracci degli amici sulle panche, eravamo una cosa sola e nemmeno lo sapevamo.

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Ma fredda, fredda terra, sapevo ci avresti contagiato.

La malinconia ferma di Vercelli d’inverno, gli anni d’università, l’amore da dimenticare e poi quello con cui risanarsi, piangere in silenzio nella basilica di sant’Andrea, un vecchio prete spazza a terra, mettendoti a disagio. E non vedi mai a un palmo dal naso, la nebbia ti è persino dentro.

Ma come faccio a raccontarti tutto questo, come? Che non capiresti, che non ne vedi il fascino che mi trattiene, forse desiderando che io non abbia radici. Ma questa è la mia terra, fredda terra, intrisa e bagnata di fiumi e laghi, che ci nevica addosso prima che altrove, che apro la finestra e mi guardano il Mottarone e il Monte Rosa. Le passeggiate nel budello di Arona fino in piazza del Popolo ad ammirare la rocca d’Angera che domina il lago Maggiore, mentre il san Carlone sull’altra riva controlla. Ma poi il bagno lo facciamo soltanto nel lago d’Orta, e per san Lorenzo ci sdraiamo sui pontili avvolti dai sacchi a pelo, a fare a gara a chi vede più stelle, a ritrovarci con gli amici che si sono trasferiti, ma tornano sempre.

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E non capisci che i paesaggi che tanto ti hanno fatto amare “La chimera” sono quelli dove anch’io sono cresciuta, che m’appartengono tanto da potermi definire. Che vorresti amarmi, ma non per questo attaccamento insano che ho per i luoghi e per le persone che li abitano, per il nostro dialetto sghembo.

Che ti racconto cose che per te non hanno sapore. Ma loro sono le mie persone, non saranno mai fantasmi, loro sono i miei fratelli. Che cantiamo “Valsesia” a memoria ai concerti folk, con la mano sul cuore pensando ai nostri nonni che hanno combattuto, (“ai nostri morti l’abbiam giurato, dobbiamo vincere o morire”). Loro hanno dei visi, delle voci che sogno di notte, delle rughe che conosco a memoria.

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E tu avresti la presunzione di conoscermi, senza tutto questo?

E tu, davvero, credi basta fare le valigie ed andarsene?

La nebbia ti entra dentro, e non se ne va più. Ecco perché parli, parli, parli, ma da solo, e mentre penso che non capirai mai, non te lo dico. Sì, me ne sto zitta persino quando non sorridi a un mio aneddoto divertente di qualche anno fa. (Tu ti meriti di più, mi ripeti). Sono fredda, fredda come la mia terra, quella che mi ha generato e reso così. Muta, triste e distante, tanto che né della mia terra né di me percepisci il calore oltre il velo.

 

 

(Scusate se vi ho ammorbato con decine di foto, ma ci tenevo a condividere la bellezza di questo posto che odio e che amo tanto).

ps. Regalo sonoro. Cia’ ascoltatevi Valsesia, che è così bella: