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Rasputin: 33 cm di amore

Rasputin è uno di quei personaggi storici il cui mito lo precede: un santone dagli inquietanti poteri guaritori e profetici, o un uomo molto furbo dagli insani appetiti sessuali?

Probabilmente entrambe le cose, chissà. Una cosa è certa: Rasputin è stato un uomo non compreso, e quindi temuto. Si dice che l’ignoranza generi mostri, ecco in questo caso il non saper spiegare razionalmente il potere di Rasputin ha fatto di lui un mostro agli occhi del grande pubblico. Credo che pochi uomini nella storia abbiano avuto così tanti nemici, accuse di stupro e di omicidio, così tanti tentativi di assassinio e leggende triviali.

Giochiamo a un gioco: VERO O FALSO? (Che spirito burlone che ho, oggi).

1. Era davvero amante della zarina?

Introdotto nel 1905 alla corte dello zar Nicola II, Rasputin rimase per tutta la vita un riferimento costante per la famiglia reale, che non perdeva occasione per allontanarlo da corte, intimorita dalle doti del santone, né di richiamarlo ogni qual volta qualche parente, amico o animale stesse morendo. E Rasputin curò (e guarì) ogni volta il moribondo bisogno, non rifiutandosi mai di dare il proprio aiuto allo zar.

Questo rapporto stretto con la famiglia reale, probabilmente, fu una delle ragioni che gli costarono le prime inimicizie: consideriamo che siamo nel periodo che precede di pochissimo l’ottobre rosso che tanto cambiò le sorti della Russia. Gli amici dello zar erano nemici della rivoluzione. Lui, uomo di Dio, non poteva che essere l’incarnazione del diavolo. Da qui, la voce della sua relazione con la zarina.

rasputin e il suo pene

VERO O FALSO? Sono pervenute a noi pochissime fonti scritte, alcune missive tra la zarina e Rasputin che, secondo alcuni storici, potrebbero confermare come l’uomo fu effettivamente amante di Aleksandra Fëdorovna. Certo, non è un puccipucciamorino moderno, ma dalle parole che gli rivolge la zarina si intende che c’era qualcos’altro:

“Tornerò tra otto giorni. A te sacrifico mio marito e il mio cuore. Prega e benedici. Baci e affetto, mio caro”.

(Certo è che a sacrificare un marito poco amato come patto d’amore sono capaci tutti, eh).

2. La cappella del peccato

No, non è ancora ora di parlare di ciò che state aspettando dal titolo, viziosi. Rasputin aveva una cappellina nel suo giardino privato, dove organizzava riunioni di preghiera. Ora, immaginatevi un grasso contadino di inizio ‘900, che con accento russo vi dice, mimando fastidiosamente il gesto delle virgolette: “riunioni di preghiera”.

Ebbene sì, perché nel villaggio dove abitava Rasputin, ben altro si diceva del santone: riti orgiastici per tutta notte. Più volte l’uomo fu accusato di far parte di una setta eretica, quella dei Chlysty, con cui effettivamente si dice che Rasputin condividesse almeno una teoria: il peccato fa parte della redenzione, quindi un buon modo di superare gli impulsi sessuali è di sfogarli alla massima potenza, in “riti purificatori”, orge, sesso di gruppo.

In pratica, per superare il mio bisogno di cioccolato, una volta al mese dovrei affogarmi di Nutella. Qualcosa di simile.

VERO O FALSO? Rasputin era un uomo di fede più che un uomo di chiesa, e questo me lo rende particolarmente simpatico. Recatosi a Gerusalemme per un pellegrinaggio, abbandonò l’ambiente definito da lui corrotto, dopo aver visto due frati intenti in atti osceni dietro a un cespuglio. Insomma, non era tutto questo essere libertino, e nelle orge me lo vedo poco. (Anche perché il suo membro enorme avrebbe catalizzato l’attenzione di tutti come il Sacro Graal in una stanza buia… Ma di questo vi parlerò dopo).

Quindi, falso direi. Anche se, Rasputin una cosa la affermava: il sesso è parte di noi, dei nostri impulsi, e così ci ha creato Dio, come animali che godono, quindi perché mai dovrebbe esserci qualcosa di peccaminoso? (Applausi).

 

Okay, vi ho un po’ preso in giro, oggi non vi parlerò delle dimensioni mastodontiche del pene di Rasputin. Ma settimana prossima sì e vi racconterò anche tanti altri aneddoti divertenti attorno a quel depravato di Rasputin.

Nel frattempo, fatevi un giro sul resto della rubrica: QUI trovate tutti gli altri post di “Cose che non sapevi di voler sapere”.

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Quel porco di D’Annunzio: l’arte della fellatio

Ebbene sì, per la mia nuovissima rubrica “Cose che non sapevi di voler sapere” sono già approdata al tema sesso. Chi mi segue da molto non si meraviglierà di certo, memore dei numerosi post in cui la tematica torna (visto che siete viziosi, vi consiglio di ripassare questo: Il sesso che ci facciamo).

Il fatto è che ho voluto seguire il suggerimento di un commento al post precedente, ma parlare di D’Annunzio significa finire inesorabilmente col parlare di sesso. Persino il pudicissimo Alessandro Barbero in Poeta al comando, romanzo che parla dell’avventura del Vate a Fiume, se n’è uscito con dei passi tanto erotici che dopo non sono più riuscita a seguire le sue lezioni come prima. Non riesco a togliermi dalla testa, ad esempio, la trovata di D’Annunzio di riservare trattamenti opposti ai seni dell’amante: tetta cattiva, tetta buona. Una si merita i morsi e l’altra la lingua, una si merita l’indifferenza e l’altra la devozione. Invenzione letteraria o chissà, è qualcosa di eccezionale.

dannunzio

D’Annunzio è il tombeur de femmes della letteratura italiana e cosa faceva alle donne lo sapeva soltanto lui. Certo, due idee potremmo farcele leggendo le sue poesie. Pensiamo alla più famosa di tutte, La pioggia nel pineto: erotismo puro. La rincorsa all’amplesso si gioca tra le fronde, scandita al ritmo della pioggia, mentre i due amanti si sciolgono fino a confondersi con la natura, fino a fondersi l’uno con l’altro. E l’erotismo non lo fa tanto ciò che qui D’Annunzio descrive, ma sono i suoni i veri protagonisti, dolci e sinuosi, sembrano scivolarci addosso, come acqua, sembrano accarezzarci. Una vera cascata fatta di assonanze e consonanze continue, di figure fonetiche, di reiterazioni di suoni piacevoli (r, s, f, v, ol, ìo), tutto in un ritmo sempre più serrato, dato da accenti sempre più vicini che creano verticalità. Pioggia che si infittisce.

Ci sapeva fare, il Gabriele.

 

L’elica

Ma vi avevo promesso cose che non sapevate già, giusto? Bene, saprete forse già che D’Annunzio aveva più amanti contemporaneamente, e le faceva ammattire come solo un vero stronzo possa fare. Soltanto al Vittoriale Gabriele ne aveva almeno quattro nei suoi ultimi anni di vita.

Vi parlerò solamente di una di queste: la governante. Questa è senz’altro la figura più bizzarra e, quindi, quella che mi fa sorridere di più. Amélie Mazoyer, che aveva la metà degli anni del Vate ed era piuttosto bruttina. Perché tenersela allora? Lo capiamo dal soprannome che D’Annunzio le aveva affibbiato: Aélis, giocando sul suono hélice, elica. Sì, è proprio ciò che state pensando: Amélie faceva degli ottimi lavoretti di bocca, ma anche di mano non se la cavava affatto male da ciò che sappiamo (“una mano donatrice d’oblio”).

Ma non finisce qui, perché Amélie aveva altri compiti: convocare prostitute piacenti per D’Annunzio. Certo, se il capo lo richiedeva, la ragazza era persino disposta ad aggiungersi per un ménage à trois. Ma alle volte, Amélie non veniva invitata ai bunga bunga dell’amato e finiva col subire personalmente la mortificazione imposta dal poeta: la sua stanza era vicina a quella adibita alle orge. Qui, chiusa, se ne stava sia nelle notti felici che in quelle tristi, sia in quelle in cui era costretta ad ascoltare i gemiti delle rivali, sia in quelle in cui veniva svegliata in piena notte e convocata per un’urgenza amorosa, per il suo talento unico nell’arte della fellatio.

La tetta buona, la tetta cattiva. Stessa storia.

(La prossima volta che vi parlerò delle donne del Vate, vi racconterò di quella che cercò di ucciderlo buttandolo giù dalla finestra. Ma cosa facevi alle donne, Gabriele?)

Ah, quella storia per cui D’Annunzio si sarebbe fatto togliere delle costole per farsi i pompini da solo: come vedete, non ne aveva bisogno. Aveva già una governante.

 

(Consigli per gli ascolti: oggi niente musica, godetevi la lettura di Herlitzka de La pioggia nel pineto; è qualcosa che ha poco a che fare con l’umano, e tantissimo col divino.)

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Il sesso che ci facciamo

Visto che mi piacciono le note stridenti, far accapponare la pelle, la pietra dello scandalo, pensavo che dopo un post su un funerale ce ne stesse proprio bene uno sul sesso.

Perché vedete, il sesso è vita.

 

Il sesso che ci facciamo è qualcosa che fa male, è qualcosa che fa bene. La mano tesa a curarmi questa notte è la stessa pronta a uccidermi tutte le notti che seguiranno, vuote di te.

Il sesso che ci facciamo sono le tue parole improvvise e piene di desiderio, sono i miei silenzi inginocchiata tra le tue gambe. Io sono la tua dea, io sono peggio di tutte le tue schiave. Dammi da bere di te, neanche potessi scioglierti nella mia bocca e restare. Il nostro è un effimero tentativo di possederci, di fermare il moto perpetuo che ci tiene lontani, di cancellare la paura.

Il sesso che ci facciamo mi guarisce l’anima, umiliandomi il corpo. Il mio corpo si piega inerme sotto i tuoi colpi, si arrende alla corsa, si lascia legare e plasmare in forme mai viste. Ti sento nello stomaco mentre, lo sguardo fisso negli occhi, mi dici: mia.

(E allora, fanculo secoli di femminismo, tutte quelle cose che dico sulla mia libertà individuale, nobody’s wife de che).

il sesso che ci facciamo

Ti dico: tua. Ma lo faccio urlando, sono solo un animale che tu stai scuoiando vivo, sono il dolore primigenio del mondo, sono il saluto del neonato all’universo.

Il sesso che ci facciamo è una condanna. Una vera bruttura da parte di chi ci ha fatti incontrare, per poi non riuscirci a lasciare più. E così, persino dall’altra parte del mondo, chiudiamo gli occhi e godiamo dell’altro, con la cattiveria nel cuore di voler allontanare dal nostro letto al più presto chi ha osato entrarci senza essere te, senza essere me. (Mio, ti dico, tuo, rispondi.)

Il sesso che ci facciamo è un coltello che unisce. Mi abbracci e non capisci perché io soffra tanto, quando mi dici che non c’è nulla di sbagliato, in me.

Il sesso che tu mi fai è il marchio di chi mi ha fatto male con una parola, con una violenza, con un abbraccio o un bacio negato. Le tue mani riempiono i singhiozzi, le tue spalle inondate dai miei occhi, il pavimento freddo contro la schiena.

 

E piango, amore mio, perché tua non sono, piango, perché non appartengo a nessuno. And every demon wants his pound of flesh.

(Consigli per gli ascolti: Florence + The Machine – Shake it out)

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Una sequela di settenari e due ottonari

Lascia che io ti scriva per.

Forse tanto per fare

forse per ricordarci

che esistiamo al di là

della cortina di ferro

dei nostri baci rubati

al tempo per amarsi

ingannarci, curarci.

Io poi esisto senza

te, orfano di pace

o almeno di pietà

per te stesso fumante.

A metà tra ricordo

e orgasmo ci sfioriamo,

due menti indolenzite

dall’assenza di un noi.

poesia

(Scusate se fa schifo, ma è stata scritto di getto in 3 minuti e 44 secondi, uno più uno meno. I settenari hanno questo ritmo prosastico al mio orecchio, come una preghiera, come un inno disperato. Vorresti dire tutto ma lo spazio è poco, e cadi giù, un nuovo verso, una nuova immagine. Come una sequela di santi. I due ottonari siamo io e te: “che esistiamo al di là / della cortina di ferro”).