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Le monadi non hanno finestre, ma muri da abbattere

Nevica ogni anno, questo giorno. Certo, gli altri mica se ne accorgono, che mi sta nevicando dentro e sulle labbra, che i miei occhi cambiano per un giorno colore e diventano grigi come i tuoi tanti anni fa.

Soltanto ora so leggerci dentro a quella nebbia che ti riempiva: la ferocia, la smania di attaccarsi alla vita.

(Ma a volte splendevano di gioia pura e, allora, ecco che i tuoi occhi si riempivano di mare e quello era tutto l’azzurro a cui agognavo. Mi sono sempre chiesta: ero io a portarcela quella gioia, ero io la luce?)

Nevica, come in quella copertina del New Yorker, dove ci siamo io e te, mezzi svestiti su un letto sfatto. Soltanto ora la riconosco, quella ferocia, te la portavi addosso come se fosse un peso, ma poi adoravi scaricarla su di me. Mi dicono che l’odio sia salutare, che quella sia la strada più veloce per guarire, ma tu lo sai bene che non sono mai stata così. Ecco perché non sono mai riuscita a odiarti. Odiavo me, per aver permesso a qualcuno di farmi del male.

(Succede così, a certe donne, le si biasima per non essersene scappate da un uomo violento, da uno che le maltratta, che le tradisce, che le umilia, fa sentire sbagliate con ogni mezzo, o.)

monadi

Nevica anche oggi, nevica ogni dannatoquattordicifebbraiodelcazzo. Otto anni di attacchi di panico, fanculo. Il fatto è che io ero un fascio di luce, aprivo ogni mia cellula e mi facevo invadere dal mondo, il fatto è che amavo la vita, e credevo nelle persone, e mi gettavo a capofitto in tutto, e non facevo che ridere e ridere e piangere dal ridere.

Ma tu, tu mi hai resa una monade in un giorno di neve. Hai chiuso di colpo tutte le finestre che mi riempivano il corpo, come una corrente d’aria gelata. Si sono spente le candele, e all’improvviso non c’era più luce. (E voi mi chiamavate per nome, bussando forte sui muri. Ma io facevo finta di non essere in casa).

Mi ricordo come fosse oggi, il giorno in cui ho capito che sono una monade. Si pensa alle cose più assurde, nei momenti peggiori della vita. Io mi sono trovata a pensare a Leibniz,al suo “le monadi non hanno finestre”.

 

Ma sono passati otto anni. Otto, e sai? L’0tto è il numero della rinascita, mi ricordo persino di averlo spiegato una volta a un professore di Letteratura durante uno dei miei primi esami all’Università.  è un numero sacro in Oriente, perché rappresentata l’equilibrio, e non è un caso che sia anche il simbolo dell’infinito ribaltato. Anche i nostri battisteri hanno pianta ottagonale e, ma questa è una chicca per una come me che ama la scienza, è il numero atomico dell’ossigeno.

Quindi, sai, è ora di buttare giù i muri di quella stanza senza finestre in cui mi hai chiuso anni fa, e respirare a fondo. Ossigeno. Quanto è bello scoprire che ha smesso di nevicare.

 

(Consigli per gli ascolti: qualsiasi cosa di Mia Martini, che è bella come il sole).

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Prima di partire (pensa a tornare)

C’era una canzone estiva molti anni fa, più di 10 ormai, diceva “prima di partire per un lungo viaggio, porta con te la voglia di non tornare più”.

Io parto sempre con la voglia di tornare: il viaggio si può dire davvero tale se quella voglia di non partire più te la fa venire durante. Un viaggio è tale se torni a casa diverso da come eri partito, se ti cambia, se ti apre nuove porte, se ti offre nuovi occhi con cui guardare il tuo mondo.

Ho un sacco bisogno di nuovi occhi, e avrei ancor più bisogno di quella capacità che hanno certi di andarsene, e basta. (Ve ne avevo parlato qui: L’urgenza del migrante e della scimmia). Il fatto è che non ero pronta nemmeno finito il liceo, di prendere e andarmene. (Quello è il momento perfetto). Avevo un piccolo gruppo di amici che chiamavo “Popolino”, a breve mi sarei innamorata di quella che è tuttora la persona più importante della mia vita, una madre da salvare, e poi mi iscrivevo a una facoltà che si basa tutta sull’amore per l’italiano, una lingua dolce e complicata.

Andarmene per dove?

viaggiare

Rimpiango a volte di non essere stata più coraggiosa, e mi ammonisco per non riuscire a esserlo tuttora. Il fatto è che io non sono una di quelli che partono, e basta. Forse vorrei, ma mi risulta contro natura. Non riuscirei ad andarmene via da qui, e non solo per i luoghi e le persone che amo, ma per un modo di ragionare che per me è tutto collegato alla lingua. Posso anche saper parlare l’inglese (o almeno provarci), lo spagnolo e il francese, ma il mio pensiero è italiano. E ogni parola mi genera un ricordo, dettato da un suono: la ritrovo nella mia mente nel verso di quella poesia di Montale o di Gozzano, mi ricorda l’atmosfera di un particolare canto della Commedia.

Ho una memoria pessima per certe cose (come i visi delle persone), ma ottima per le parole. Ha un senso forse? A distanza di anni, a distanza di decenni, ricordo esattamente la frase che qualcuno mi ha detto al primo incontro, durante una litigata, dopo un abbraccio, durante il sesso, alla fine di un esame. Rivivo con quelle l’emozione che mi fecero provare allora. Sarà per quello che sogno persone senza volto, ma con un timbro e una cadenza ben riconoscibile.

Quindi, sì, partiamo. Anche domani mattina, andiamo nella Londra che sogno di visitare da quando la prof Barcellini mi insegnava magistralmente la grammatica e il bon ton inglesi. Ma lo faccio con l’idea di tornare, qui.

L’importante è che il viaggio mi renda diversa da oggi. Che mi arricchisca, sì, e mi renda pronta al domani.

 

(E non importa se il viaggio sia di tre giorni o un mese. Ci innamoriamo in poche ore di qualcuno, e basta quello a cambiarci la vita.)

Consigli per gli ascolti: Message in a bottle – The Police

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L’urgenza del migrante e della scimmia

I viaggi sono indispensabili: servono a chiudere cerchi, servono ad aprirne di nuovi. Qualche giorno a Madrid, incontrare persone che parlano una lingua che non è mai stata tua, comunicare a tutti i costi, comprendersi a fondo.

(“Non credevi che il paradiso fosse solo lì al primo piano”).

Il mio viaggio ha chiuso un anno di disoccupazione, ma non forzata. Qualche offerta di lavoro, tutte rifiutate non per paura, ma con un sorriso. Madrid ha chiuso un anno in cui è stato necessario fermarsi, provare tutto, fare cose nuove, curarsi seriamente.

Madrid aprirà un anno diverso. Lo so.

migrante scimmia

C’è un tempo per contemplare i propri fantasmi, e c’è un tempo per sotterrarli. (“e tu che con gli occhi di un altro colore, mi dici le stesse parole d’amore”). Il viaggio e il distacco sono due temi che mi hanno sempre molto affascinato: cosa ti spinge a prendere e partire? Perché tu che sei partito per la terra del grande sogno americano, lo hai fatto portandoti dietro soltanto una valigia tanto piccina da non starci nulla? Con quale certezza.

Ma il migrante, ma Lucia, partendo, la possedeva: “e non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande” (dall’addio ai monti di Manzoni).

E ancora, dice il brasiliano Monteiro Martins: “Quando la scimmia lascia il ramo dov’è appesa, per aggrapparsi a un altro che ha intravisto tra il fogliame, può sembrare a chi l’osserva che voglia spiccare il volo senza ali di sorta. Ma per istinto la scimmia sa benissimo che non precipiterà nel vuoto. Allo stesso modo, qualcosa dentro al migrante sa dove si trova esattamente il ramo che lo aspetta, che aspetta le sue mani sicure, ed è questo qualcosa che lo spinge al salto“.

Qualche giorno a Madrid, la sicurezza acquistata di poter fare ciò che voglio. A volte, è necessario fermarsi, per saper ripartire. E sì, sono ripartita. Con una valigia davvero più piccola di quella che avrei immaginato, peso leggero. Non mi servono i miei fantasmi, non mi serve la rabbia, non mi serve l’ansia o la paranoia, non mi serve la paura, non mi servi tu. (“Non sono riuscito a cambiarti, non mi hai cambiato, lo sai”).

Ho la sicurezza che un ramo mi attende, sono pronta a saltare.

 

Consigli per gli ascolti: Il blasfemo (Dietro ogni blasfemo c’è un giardino incantato) – Fabrizio De André