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La paura di fallire e il diavolo

Fallire è un verbo con un’etimologia complessa. In realtà, semplicissima: deriva dal lat. FALLERE>fallire, con passaggio dalla terza alla quarta coniugazione.

Oggi con “fallire” intendiamo quando non ce la facciamo in qualcosa, quando perdiamo, quando scivoliamo. Ecco, il significato moderno è proprio collegato al concetto di “caduta”, come se la nostra impresa fosse una gara in cui stiamo dando il meglio di noi ma, all’improvviso, appoggiamo male il piede, la caviglia cede e noi ci troviamo col culo a terra.

In latino FALLERE significa ingannare, però, non sbagliare. Come ci siamo arrivati alla caduta, dunque? Beh, il significato moderno di “fallire” inizia a prevalere a un certo punto durante il medioevo, quando il verbo viene collegato intrinsecamente alla figura del diavolo. Ci sono due passaggi:

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1) diavolo = ingannatore

Nei testi e nei commenti medievali il diavolo viene sempre indicato come “il bugiardo” o “l’ingannatore”, vedetelo nel volgare che preferite: è il fellone del fiorentino, è il fels/felh/fellon della lingua d’oc, e così via per francese e spagnolo. Prendiamo un’occorrenza a caso di “diavolo” sul TLIO:

Et Domeneddio disse: che ‘l diavolo è padre de la bugia e de la menziognia. (Andrea da Grosseto, 1268, tosc.)

2) diavolo = caduto, IL perdente

Il passaggio da “ingannatore” a “perdente” è legato al concetto negativo della caduta del diavolo, tanto negativo che l’Inferno per Dante si sarebbe creato dal ritrarsi della Terra per ribrezzo nei confronti di un tale essere. Infatti, il bugiardo per eccellenza, Satana, nell’ottica cristiana e, dunque, medievale è anche il fallito per eccellenza, un perdente. Finisce intrappolato nel regno dell’oscurità, un luogo senza stelle, maleodorante e colmo di dolore.

Il peccato è brutto, il peccatore pure. Per capire quanto sia fondamentale questa opposizione, basta pensare a tutta l’agiografia antica: non c’è storiella, leggenda o vita di santo in cui il profumo di santità non venga contrapposto al puzzo raccapricciante del peccato. (Anche da qui, in un certo senso, nasce l’immagine negativa della povertà, anche se procedendo con una logica in senso contrario: scarsa igiene e puzza = peccato).

 

E niente, ragionavo su questa cosa qualche settimana fa, pensando alla mia paura di fallire. Vi ricordate cosa vi ho raccontato l’ultima volta? (In Morti di fame, ma nativi digitali). Ecco, la devo smettere di avere paura. Ma non perché ce la farò sempre, o supererò brillantemente ogni prova, selezione, difficoltà. Piuttosto perché, anche se perderò, avrò vinto, e non è una questione di provarci. (Per me non esiste il TRY, esiste il DO or DO NOT, ho un’ottica Jedi da quando ho tre anni, prima ancora di sapere chi fosse Yoda).

È che io non inganno, è che con la radice di fallire non c’entro proprio niente. Chi vive con la logica del mors tua, vita mea ha già perso in partenza, fallendo su tutti i frangenti che rendono un uomo tale: la fiducia, la compassione, l’empatia, la cooperazione. Anche se arriverà primo (e magari verrà osannato dalla società), sarà un fallito.

E, conficcato nel suo antro di mondo perfetto, si perderà le stelle. (E quinci uscimmo…)

 

(Consigli per gli ascolti: Elastic heart – Sia, che ha pure un video bellissimo).

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Perché Il Piccolo Principe ha avuto (e avrà) tanto successo

Ultimamente va un sacco di moda scagliarsi contro Il Piccolo Principe. Va benissimo, ci mancherebbe, ci sono mode più deleterie come quella dei risvoltini. Ecco, però una cosa che non posso accettare è che si dica che tutti quelli che la pensano diversamente non hanno un cervello. O, peggio, che non leggano libri. La logica sarebbe quella per cui “Se qualcuno ama Il Piccolo Principe è perché evidentemente non ha mai letto nulla” (copio il commento FB di un utente).

Se esiste storicamente la figura del critico letterario c’è una ragione. Internet ci ha fatto credere di poter dire tutto quello che pensiamo, che la disintermediazione sia sintomo di progresso, che la politica sia materia alla portata di tutti. Quando sento qualcuno sparare un sacco di fesserie su un libro, mi viene voglia di prendere quel pezzo di carta che è la mia laurea e di gettarlo al vento alla mercé degli uccelli. Il fatto è che io non vengo a parlarvi di ingegneria biomedica, a proporvi cure miracolose per le malattie, io non mi permetterei mai di dirvi come si costruisce qualcosa. (Per quest’ultima cosa, ad esempio, esistono delle professioni specializzate, delle figure ben precise: gli anziani che supervisionano i cantieri).

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Quindi, quando un giornalista del Fatto Quotidiano (e non mi dilungherò né a dirvi cosa penso di tale giornale, né a parlarvi del concetto di “giornalista” oggi) scrive un articolo chiedendosi perché mai un libro come Il Piccolo Principe abbia avuto e abbia tuttora un successo così stratosferico, mi cadono le braccia. (Sopravvalutato, banale!). Risponderò a questa domanda, anche se voleva essere retorica.

Il succo del discorso sarà: Il Piccolo Principe “è un testo poetico che riesce a condensare e contemporaneamente ad aprire a realtà simboliche complesse” (parole bellissime di Angela Prestifilippi, esperta di ermeneutica simbolica).

Il Piccolo Principe: perché tanto successo?

  • 1. Il linguaggio semplice

Il centro tematico più famoso del libro è quello della cura, nel senso latino del termine. Prendersi cura di qualcosa o di qualcuno significa preoccuparsi per quella cosa/persona. E, in questo, senso Il Piccolo Principe è un racconto che vuole educare al sentimento, all’interfacciarsi con l’altro: non sarà certo un caso che il linguaggio utilizzato sia semplice, piano, che ogni concetto sia supportato e accompagnato da immagini e metafore comprensibili, che persino il pensiero più semplice venga ripetuto alla nausea, ripreso a poche pagine di distanza. Perché sì, queste sono le caratteristiche tipiche di un testo scolastico, perché quel linguaggio è quello che va adottato quando si insegna. Dirò di più: quando si educa.

(Fare l’educatrice mi ha insegnato una tra le cose più utili di sempre: ricordarmi di considerare l’interlocutore, se necessario abbassare il livello del mio linguaggio, trovare dei punti di accordo che possano rendere più accessibile un ragionamento complesso. Insomma, se vuoi spiegare le frazioni a un ragazzino discalculico, poche balle, devi pensare a cosa gli piace, inventare metafore ardite, finire a parlare di torte al cioccolato o degli One Direction. Sì, persino questo).

Ecco, se vuoi educare al sentimento e vuoi che il tuo testo abbia un carattere di universalità, allora dovrai utilizzare dei termini di paragone validi ovunque e validi sempre: un bambino, un animale, un fiore.

  • 2.  “Una favola semiologica”: la lettura stratificata

La chiave di lettura del Piccolo Principe ci viene data nel primo capitolo, quello del cappello e del serpente per intenderci. L’autore non è uno stupido a cui piace scrivere libri di citazioni utilizzabili ovunque, dai muri dei bagni dell’autogrill ai baci Perugina, ma soprattutto da aggiungere sotto ai vostri selfie con la duck face.

La storia si presenta come quella di un bambino un po’ tonto alle prese coi suoi piccoli problemi di cuore (il cappello, insomma), ma ciò a cui l’autore vuole che arriviamo è la storia che sta dietro a una prima lettura semplicistica (il serpente che ha mangiato un elefante). Insomma, la riflessione generale sulla struttura del segno linguistico nel primo capitolo dovrebbe veicolare il lettore verso una lettura simbolica del testo che segue. È un po’ come se Antoine ci stesse suggerendo di proseguire con occhi nuovi, e chi vuole intendere intenda.

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  • 3. Una storia universale

Dall’Odissea in avanti il tema del viaggio è uno dei più affrontati e declinati nella letteratura. Il viaggio è metafora della vita, del cambiamento, della conoscenza. Se il Piccolo Principe non fosse partito, niente storia. Ma il Piccolo Principe deve partire, deve andarsene di casa, lontano dai confini di ciò che già conosce. È la storia di ogni essere umano che, suo malgrado, deve crescere e maturare, deve affacciarsi al mondo reale, ma soprattutto deve fare esperienza se vuole conoscere. Partire è necessario, quanto mutare è vitale. (Fermi ci stanno soltanto i morti).

E che è necessario, che è nella nostra natura, ce lo racconta uno tra i miti più longevi di sempre: quello dell’albero della conoscenza del bene e del male nell’Eden, quello dell’istinto a infrangere. È un viaggio conoscitivo che porta al dolore, certo, come quello di Ulisse raccontato nel XXVI dell’Inferno (fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguire virtute e canoscenza). Celebrato spesso come eroe umanista, Dante però lo ficca nel fondo dell’Inferno e su questo non ci sono dubbi: sbagliare comporta sofferenza, dolore.

Dall’altra parte, c’è il viaggio più difficile, quello in salita. Sacrificio, abbandono e fiducia completa, rinuncia ai propri egoismi. E qui parliamo di Dante e del suo viaggio, verso l’alto, ispirato da una catena discendente d’amore (tre donne salvano il poeta dal periodo buio della sua vita: la Madonna, Santa Lucia e Beatrice): Dante ci si affida allungando una mano, lasciandosi trascinare. Ecco, il Piccolo Principe vive entrambi i viaggi in questo libro: quello di conoscenza oltre le colonne d’Ercole e quello di una conoscenza più profonda e duratura, che intraprenderà con una misura estrema ma essenziale. È necessario sacrificare se stessi, è necessario mettersi nelle mani di un altro: per arrivare alla rosa (guarda caso, un viaggio verso l’alto), il Piccolo Principe abbraccia il suicidio.

  • 4. Ermeneutica simbolica in una “favola per bambini”?

Arriviamo al punto importante della questione: Il Piccolo Principe non è propriamente una favola per bambini. È complesso, è difficile, è intriso di rimandi fitti delle Sacre Scritture. Mi sorprende ancora che nessuno ne abbia fatto uno studio decente, ma mi sono ripromessa che è una di quelle cose che farò nella vita. Il Piccolo Principe non parla soltanto di amore, ma di Amore. È una storia mistica e la sua credibilità si fonda tutta su quella sospensione di giudizio che l’aviatore-autore ci chiede fin dall’inizio e fino all’ultima pagina: le sentiamo ridere le stelle? È una questione di Fede.

E il parallelo Cristo-Piccolo Principe è presente in tutta la storia: la ricerca di un pozzo nel deserto, de “l’eau vive” (in Giovanni 4, 10-14), il difficile addio prima del suicidio che ricorda la scena del Getsemani, fino al corpo del bambino che non viene più trovato (e vuoto è pure il sepolcro di Cristo). Il Piccolo Principe aveva uno scopo: quello di salvare l’aviatore (perso nel suo deserto-selva oscura), così come Cristo viene mandato sulla terra per salvare l’Uomo.

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E, infine, la rosa. Per la maggior parte dei critici è la figura femminile, la donna amata dal poeta. Certo, quello e molto altro probabilmente. Io, ad esempio, non riesco a non pensare ogni volta a cosa mette Dante al centro del Paradiso: una rosa (la Candida Rosa). Lì risiede la beatitudine, la pace, la completezza. E la rosa è il simbolo mariano per eccellenza. Credo che l’autore avesse ben presente tutte queste cose, credo che le abbia messe tutte assieme alla portata della nostra comprensione, tessendole in modo mirabile nella trama. E mi azzardo a dire che volesse dirci questo: il Piccolo Principe ha scelto, si lascerà trasportare verso l’alto, così come avviene in Paradiso dove si sale di livello lasciandosi elevare dalla luce dell’Amore (d’altronde, il suo “non era un corpo molto pesante”)

(E non ditemi che Antoine non aveva in mente proprio Dante quando scriveva “E cadde dolcemente come cade un albero”).

 

Conclusione: perché Il Piccolo Principe è un libro di successo e lo sarà sempre?

Perché è una storia semplice, semplicissima, che apre a più livelli di comprensione. Una complessità tale che forse non l’ha davvero capita nessuno, né quelli che la osannano né tantomeno quelli che la odiano. Non l’hanno capita soprattutto i giornalisti che seguono le mode degli haters e degli hipster, né io probabilmente. Ma rimane geniale e Antoine de Saint-Exupéry pure, e andrebbe letta ai bambini, ai lettori che verranno, insieme a Pinocchio, a Mary Poppins, al GGG, alla Fabbrica di cioccolato, ad Abbaiare stanca, a Peter Pan…

Questo è il punto. Fare leggere storie che educhino a essere adulti visionari, di cuore, coraggiosi, leali, a prendersi cura degli altri, a essere responsabili, ad accettare la sofferenza come parte di sé. A essere futuri lettori, pace.

 

 

PS: Io ho letto Il Piccolo Principe più di 100 volte nella mia vita, e non me ne vergognerò mai.

(Alcune fonti e letture interessanti nei commenti).

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Quel porco di D’Annunzio: l’arte della fellatio

Ebbene sì, per la mia nuovissima rubrica “Cose che non sapevi di voler sapere” sono già approdata al tema sesso. Chi mi segue da molto non si meraviglierà di certo, memore dei numerosi post in cui la tematica torna (visto che siete viziosi, vi consiglio di ripassare questo: Il sesso che ci facciamo).

Il fatto è che ho voluto seguire il suggerimento di un commento al post precedente, ma parlare di D’Annunzio significa finire inesorabilmente col parlare di sesso. Persino il pudicissimo Alessandro Barbero in Poeta al comando, romanzo che parla dell’avventura del Vate a Fiume, se n’è uscito con dei passi tanto erotici che dopo non sono più riuscita a seguire le sue lezioni come prima. Non riesco a togliermi dalla testa, ad esempio, la trovata di D’Annunzio di riservare trattamenti opposti ai seni dell’amante: tetta cattiva, tetta buona. Una si merita i morsi e l’altra la lingua, una si merita l’indifferenza e l’altra la devozione. Invenzione letteraria o chissà, è qualcosa di eccezionale.

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D’Annunzio è il tombeur de femmes della letteratura italiana e cosa faceva alle donne lo sapeva soltanto lui. Certo, due idee potremmo farcele leggendo le sue poesie. Pensiamo alla più famosa di tutte, La pioggia nel pineto: erotismo puro. La rincorsa all’amplesso si gioca tra le fronde, scandita al ritmo della pioggia, mentre i due amanti si sciolgono fino a confondersi con la natura, fino a fondersi l’uno con l’altro. E l’erotismo non lo fa tanto ciò che qui D’Annunzio descrive, ma sono i suoni i veri protagonisti, dolci e sinuosi, sembrano scivolarci addosso, come acqua, sembrano accarezzarci. Una vera cascata fatta di assonanze e consonanze continue, di figure fonetiche, di reiterazioni di suoni piacevoli (r, s, f, v, ol, ìo), tutto in un ritmo sempre più serrato, dato da accenti sempre più vicini che creano verticalità. Pioggia che si infittisce.

Ci sapeva fare, il Gabriele.

 

L’elica

Ma vi avevo promesso cose che non sapevate già, giusto? Bene, saprete forse già che D’Annunzio aveva più amanti contemporaneamente, e le faceva ammattire come solo un vero stronzo possa fare. Soltanto al Vittoriale Gabriele ne aveva almeno quattro nei suoi ultimi anni di vita.

Vi parlerò solamente di una di queste: la governante. Questa è senz’altro la figura più bizzarra e, quindi, quella che mi fa sorridere di più. Amélie Mazoyer, che aveva la metà degli anni del Vate ed era piuttosto bruttina. Perché tenersela allora? Lo capiamo dal soprannome che D’Annunzio le aveva affibbiato: Aélis, giocando sul suono hélice, elica. Sì, è proprio ciò che state pensando: Amélie faceva degli ottimi lavoretti di bocca, ma anche di mano non se la cavava affatto male da ciò che sappiamo (“una mano donatrice d’oblio”).

Ma non finisce qui, perché Amélie aveva altri compiti: convocare prostitute piacenti per D’Annunzio. Certo, se il capo lo richiedeva, la ragazza era persino disposta ad aggiungersi per un ménage à trois. Ma alle volte, Amélie non veniva invitata ai bunga bunga dell’amato e finiva col subire personalmente la mortificazione imposta dal poeta: la sua stanza era vicina a quella adibita alle orge. Qui, chiusa, se ne stava sia nelle notti felici che in quelle tristi, sia in quelle in cui era costretta ad ascoltare i gemiti delle rivali, sia in quelle in cui veniva svegliata in piena notte e convocata per un’urgenza amorosa, per il suo talento unico nell’arte della fellatio.

La tetta buona, la tetta cattiva. Stessa storia.

(La prossima volta che vi parlerò delle donne del Vate, vi racconterò di quella che cercò di ucciderlo buttandolo giù dalla finestra. Ma cosa facevi alle donne, Gabriele?)

Ah, quella storia per cui D’Annunzio si sarebbe fatto togliere delle costole per farsi i pompini da solo: come vedete, non ne aveva bisogno. Aveva già una governante.

 

(Consigli per gli ascolti: oggi niente musica, godetevi la lettura di Herlitzka de La pioggia nel pineto; è qualcosa che ha poco a che fare con l’umano, e tantissimo col divino.)

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Petrarca era un bugiardo

Vi ricordate di quando scrissi un post su come le persone assomiglino ai manoscritti? (Lo trovate qui: Dei manoscritti, e delle loro storie). Beh vi avevo detto che forse un giorno vi avrei parlato del Petrarca, ma ho deciso di fare di più.

Ho deciso che man mano vi scriverò delle cazzate che hanno fatto la storia. Ciò che ci insegnano a scuola è tutto molto bello, certo, ma alle volte dovrebbero raccontarci qualcosa che va un po’ al di là delle etichette e definizioni. Per intenderci, io ho capito quanto Leopardi stava male soltanto quando ho saputo che si faceva tagliare la carne dal padre, perché i coltelli gli mettevano ansia o roba simile. Sul serio, gli ho voluto un sacco di bene, da voglia di abbracciarlo.

Lavorando coi ragazzi mi è capitato di riconoscere nei loro occhi della curiosità proprio quando mi trovavo a raccontargli di aneddoti che vanno al di là della serietà dei manuali. E ci sono poche cose più belle di un bambino, adolescente, adulto curioso.

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Bene, veniamo alle bugie del Petrarca. Ve lo avevo promesso. Chi ha studiato bene la letteratura italiana sarà spesso inciampato nella mania dei più grandi poeti di veder riconosciuto nel proprio percorso biografico una simbologia ben chiara, un segno inequivocabile del loro destino letterario. I poeti sono delle persone molto piene di sé, e in questo sono adorabili. Per trovare una simbologia da utilizzare nelle loro opere sarebbero disposti a tutto, persino a stravolgere i fatti storici.

Accadde che Petrarca, appreso della morte di Laura, si affrettò ad annotare poche righe sul suo codice virgiliano (non propriamente il primo codice che uno si trova sotto mano):

Laura, illustre per le sue virtù e lungamente celebrata nelle mie poesie, apparve per la prima volta ai miei occhi al principio della mia adolescenza, l’anno del Signore 1327, il sei di aprile nella Chiesa di Santa Chiara in Avignone, di prima mattina; e nella stessa città, nello stesso mese d’aprile, nella stessa ora prima del giorno sei dell’anno 1348, la luce della sua vita è stata sottratta alla luce del giorno.

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RVF di Petrarca, Antonio Grifo, 1470, Biblioteca Civica Queriniana di Brescia.

Tutto molto bello e romantico, anche se altamente improbabile. Su questo punto purtroppo non si pone mai abbastanza l’accento e finisce che a scuola (e su Wikipedia) si dia per scontato che Laura sia realmente morta in quella data (e addirittura ora del giorno!). Vogliamo andare oltre e distruggere il nostro caro Francesco?

Per alcuni critici, Laura non sarebbe mai nemmeno esistita. Un vero e proprio espediente poetico, una musa senza una vera storia attorno. Quella che oggi accettiamo come l’identificazione con Laura de Noves, infatti, viene proposta dal Petrarca stesso, che in una lettera fornisce l’identità di Laura per difendersi dalle accuse e dalle prese in giro dell’amico Giacomo Colonna, il quale si mostrava scettico sulla reale esistenza della donna (ficta carmina, simulata suspiria).

E a chi non verrebbero i dubbi.

 

Leggere poesia significa anche questo: fare un esercizio di fiducia, volere bene ai nostri poeti per come sono, con le loro manie.

ps. E con questo ho inaugurato la nuova rubrica “Cose che non sapevi di voler sapere”, che sembra il titolo di un film di Maccio Capatonda.

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L’importanza delle lettere

Persino di notte, quando tutti dormono, io finisco per attendere un tuo messaggio. Succede, quando le persone ti danno delle cattive abitudini, come la buonanotte o il buongiorno. Tu mi avevi abituato ad addormentarmi con un augurio di sognare cose belle e a svegliarmi con una tua foto, un sorriso, un pensiero.

Neanche mi ricordo quando hai smesso di farlo. Quando invece che un piacere sono diventata una pianta che ti dimentichi di innaffiare. La costanza e la periodicità sono state pian pian sostituite da una cadenza casuale, poi da una rarità.

Probabilmente è questo che succede coi matrimoni falliti, con le notti bianche senza sesso, con le amicizie che si spengono quando ti trasferisci altrove: periodicità, casualità, mai. Mi è già successo un po’ con tutti, questa metamorfosi da persona necessaria a pianta, perché dunque mi meraviglio?

baciati dall'ansia

Perché, sai, nessuno te l’ha mai chiesto. Di irrompere nella mia vita, di adottarmi, darmi la buonanotte e il buongiorno, cercarmi come una necessità, anche dirmi “ti voglio bene”. Sei stato tu. Nessuno ti ha chiesto di addomesticarmi, io non sono la volpe del Piccolo Principe; anzi io stavo bene nella mia vita noiosa, senza bambini biondi di altri pianeti.

Mi hai addomesticata, e poi ti sei dimenticato che vado innaffiata. Pazienza.

Persino di notte attendo, e odio questa tecnologia che fa della distanza qualcosa senza attese: basta un messaggio ed eccoti, che irrompi nella mia vita, a qualunque ora. Magari anche adesso, che sono le 2 di notte. Per questo vorrei ci scrivessimo delle lettere, come un tempo, e poter soffrire quell’ora soltanto, quella in cui attendo l’arrivo del postino verso le 12.30.

(E alle 12.31 trovare la buca delle lettere vuota di te).