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Petrarca era un bugiardo

Vi ricordate di quando scrissi un post su come le persone assomiglino ai manoscritti? (Lo trovate qui: Dei manoscritti, e delle loro storie). Beh vi avevo detto che forse un giorno vi avrei parlato del Petrarca, ma ho deciso di fare di più.

Ho deciso che man mano vi scriverò delle cazzate che hanno fatto la storia. Ciò che ci insegnano a scuola è tutto molto bello, certo, ma alle volte dovrebbero raccontarci qualcosa che va un po’ al di là delle etichette e definizioni. Per intenderci, io ho capito quanto Leopardi stava male soltanto quando ho saputo che si faceva tagliare la carne dal padre, perché i coltelli gli mettevano ansia o roba simile. Sul serio, gli ho voluto un sacco di bene, da voglia di abbracciarlo.

Lavorando coi ragazzi mi è capitato di riconoscere nei loro occhi della curiosità proprio quando mi trovavo a raccontargli di aneddoti che vanno al di là della serietà dei manuali. E ci sono poche cose più belle di un bambino, adolescente, adulto curioso.

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Bene, veniamo alle bugie del Petrarca. Ve lo avevo promesso. Chi ha studiato bene la letteratura italiana sarà spesso inciampato nella mania dei più grandi poeti di veder riconosciuto nel proprio percorso biografico una simbologia ben chiara, un segno inequivocabile del loro destino letterario. I poeti sono delle persone molto piene di sé, e in questo sono adorabili. Per trovare una simbologia da utilizzare nelle loro opere sarebbero disposti a tutto, persino a stravolgere i fatti storici.

Accadde che Petrarca, appreso della morte di Laura, si affrettò ad annotare poche righe sul suo codice virgiliano (non propriamente il primo codice che uno si trova sotto mano):

Laura, illustre per le sue virtù e lungamente celebrata nelle mie poesie, apparve per la prima volta ai miei occhi al principio della mia adolescenza, l’anno del Signore 1327, il sei di aprile nella Chiesa di Santa Chiara in Avignone, di prima mattina; e nella stessa città, nello stesso mese d’aprile, nella stessa ora prima del giorno sei dell’anno 1348, la luce della sua vita è stata sottratta alla luce del giorno.

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RVF di Petrarca, Antonio Grifo, 1470, Biblioteca Civica Queriniana di Brescia.

Tutto molto bello e romantico, anche se altamente improbabile. Su questo punto purtroppo non si pone mai abbastanza l’accento e finisce che a scuola (e su Wikipedia) si dia per scontato che Laura sia realmente morta in quella data (e addirittura ora del giorno!). Vogliamo andare oltre e distruggere il nostro caro Francesco?

Per alcuni critici, Laura non sarebbe mai nemmeno esistita. Un vero e proprio espediente poetico, una musa senza una vera storia attorno. Quella che oggi accettiamo come l’identificazione con Laura de Noves, infatti, viene proposta dal Petrarca stesso, che in una lettera fornisce l’identità di Laura per difendersi dalle accuse e dalle prese in giro dell’amico Giacomo Colonna, il quale si mostrava scettico sulla reale esistenza della donna (ficta carmina, simulata suspiria).

E a chi non verrebbero i dubbi.

 

Leggere poesia significa anche questo: fare un esercizio di fiducia, volere bene ai nostri poeti per come sono, con le loro manie.

ps. E con questo ho inaugurato la nuova rubrica “Cose che non sapevi di voler sapere”, che sembra il titolo di un film di Maccio Capatonda.

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Dei manoscritti, e delle loro storie

Chi mi conosce un po’ sa bene che ho una passione per le cose vecchie, quelle consumate che raccontano una storia. Altrimenti, mica sarei filologa, no?

Ma, ecco, le persone sono come i manoscritti. Semplificando alla grossa, vi dico, ce ne sono di tre tipi:

  1. Il caos, la tribolazione

Quelli fitti fitti, a volte persino senza spazi tra le parole, in cui glosse e note tra le righe riempiono ogni spazio libero. Qui capita allora di trovare un testo di base, e poi il commento al testo di Tizio, e poi le note al commento del proprietario del manoscritto e. Insomma, un vero caos, non vi dico quando il ms passa in mano a più persone nei secoli.

2. Il ms del buon universitario

Quelli belli ordinati e organizzati, con tanto di rientri e particolari segnature, talvolta alternate nel colore, o capolettera a distinguere i paragrafi. Il testo spesso è organizzato in due colonne sulla pagina. Di solito, questi sono manoscritti più tardi, creati spesso per agevolare lo studio universitario. Insomma, in questo caso, l’organizzazione dello spazio tipografico è in servizio della forma mentis umana, della nostra predisposizione a numerare, fare delle liste, organizzare in elenchi puntati.

3. Il pezzo da collezione

Quelli che servono a dare prestigio. Qui non ci si fa mica il problema di consumare la pergamena, allora spesso il testo si dispone in una sola elegante colonna, con tanti capolettera e miniature che adornano le pagine. Non troverete note personali, è già tanto se venivano aperti per essere mostrati.

 

Ecco, da amante anche dell’arte, io vado in estasi per le miniature finissime di certi manoscritti, quindi considero i manoscritti di tipo 3 una meraviglia. Però, provate a prendere in mano un manoscritto vissuto davvero, e non da collezione. La prima volta che io l’ho fatto, ormai anni fa, mi sono detta: D., questa emozione vale tutto, il tuo percorso di studio insensato, le difficoltà che troverai dopo l’Università. Ho fatto una cosa che la maggior parte delle persone non farà mai: ho studiato le carte a cui altre mani hanno dato vita, ho scovato i pensieri di uomini vissuti secoli fa.

E sapete cosa ho scoperto? Che l’umanità non cambia, che crediamo di essere avanti dicendo frasi come “non siamo più nel Medioevo”, che abbiamo questa brutta tendenza a deprecare ciò che c’è stato e chi ha fatto la storia. Pensiamo sempre di essere l’avanguardia, il periodo storico che farà la differenza.

(Lo pensavano anche loro).

E, invece, cadiamo negli stessi sbagli di chi ci ha preceduto, soltanto perché hanno un nome diverso. Sono i manoscritti a raccontarmelo, ma i manoscritti sono le persone che lo hanno copiato, confezionato, venduto, letto e interpretato, riempito di note e pensieri che non c’entrano nulla. Come quando Petrarca, apprendendo la morte di Laura, annotò la data e l’ora sul codice virgiliano che aveva per le mani. Ma di questo forse, vi parlerò un’altra volta.

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Il poeta russo Alexander Pushkin spesso abbozzava i suoi personaggi, di fianco a delle descrizioni degli stessi. Un promemoria.

Riassumendo =

ps. Tutto questa pappardella per dire che il manoscritto del 3 tipo, quello da collezione, è un po’ come il profilo social di certe persone: tutto molto figo eh, ma non è vero. Invece, non c’è niente di più bello di lavorare su un manoscritto/persona del primo tipo, quello incasinato, sì, quello scritto a più mani, senza spazi, con note e glosse apposte in diverse fasi. Con disegnini, indovinelli, e chissà che non spunti pure una lista della spesa.