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5 cose per quando sarò ricca

Sì sì, lo so che manco da molto e sono tacciabile di incoerenza e altre mille ragioni che mi portano a dire: ma chi ve lo fa fare di leggermi? Eppure siete qui, quindi ve li beccate, i miei propositi per quando sarò ricca (o perlomeno una parte). E sì, non uso un periodo ipotetico perché si dice che a sognarle con poco ardore, poi le cose non succedono. O perlomeno io la penso così. Quindi:

1) un viaggio in Argentina, tipo subito

2) QUEI libri che voglio da anni ma che costano troppo (tipo tutti quelli sui bestiari medievali, quei libri meravigliosi della Taschen e così via)

3) fare certi regali a certe persone (perché sono anni che sento storie tanto tristi e dolci e che prometto di elargire cose a destra e manca)

4) una (seconda) casa al mare. Perché da vecchia voglio fare colazione nella mia veranda che dà sul mare mosso d’inverno, guardare fuori con sguardo sapiente e scrivere romanzi di poco successo. E d’estate sdraiarmi in spiaggia a guardare le stelle di notte (coi reumatismi che mi affliggono e una copertona addosso).

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♛ nota: sono soltanto al quarto punto e già mi sto abbandonado a sogni romantici intrisi di pathos.

5) Sky cinema, e ho detto tutto (mi accontento davvero di poco).

 

Ci sono poi altre cose, ma non si dicono ad alta voce, perché poi altro che voli pindarici.

E poi basta, perché la verità è che alla fine ciò che voglio dalla vita sono le persone, e i soldi non sono poi molto a confronto.

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A 27 anni…

A 27 anni c’è chi muore, ma è perché è un artista. Per questo io punto da sempre a diventare famosa dopo i 28, non si sa mai.

A 27 anni si può decidere un giorno di essere coraggiosi e rifare tutto daccapo.

A 27 anni la forza che avevi sette anni fa ti lascia, perdere un treno non ti fa più ridere, manca un po’ di leggerezza.

 

A 27 anni non si può essere fedeli a un’idea, a un corpo forse.

Si è già stanchi di cercare l’amore, si decide che in fondo non è così necessario.

A 27 anni si è meno disposti a perdonare, più a ingoiare, più a legarsela stretta al dito.

A 27 si fanno ancora tante cazzate, come a 19, gli amici forse sono persino gli stessi di allora. è che tutto attorno è cambiato, non ci sono più le stesse stelle in cielo, una coperta in mezzo a un campo non tiene più abbastanza caldo. Non ci si fa più l’amore nei cinema, non ci si bacia più per strada. (I ragazzi che si amano si baciano in piedi contro les portes de la nuit et les passants qui passent les désignent du doigt).

a 27 anni

A 27 anni quando qualcuno ti dice “I miei vicini stanotte mi hanno svegliato perché si sono messi a fare sesso all’una di notte”, tu alzi gli occhi al cielo: “Beati loro!”. A 27 anni, toglietemi un po’ di sonno anche a me.

Si è perso tanto, ci sono già troppe persone da andare a trovare al cimitero. Ci sono tanti amici, ci sono tutti i nonni, ci sono tanti ricordi, mani che ti hanno abbracciato, gambe che se ne sono andate in silenzio.

A 27 anni ci sono canzoni che quando partono, tutti subito in piedi a cantare.

A 27 anni i tuoi occhi blu che si svegliano in piena notte, la faccia da ragazzino, a cantare: ma vedi me? Sono un pirata fra le nuvole. (E non ci credo più, nei paradisi grigi).

I torti fatti, le parole cattive, il modo in cui si arricciano gli angoli dei tuoi occhi quando sorridi, un abbraccio dato a un’amica scendendo al volo dalla metro, le lucine al muro, il temporale che batte sulla lamiera di un’auto parcheggiata in mezzo al campo, le lacrime che ti ho urlato dietro.

A 27 anni ti senti più solo del solito, a volte ti aggrappi a dei frammenti di ricordi. Non sono necessariamente belli, ma ti ricordano che sei vivo. Come un pugno.

Perché io sì, e tu no? (I’m dancing in the room as if I was in the woods with you).

27 anni, e nulla di cui renderti orgoglioso di me.

 

Ventisette fottuti anni. E si è ancora qui, contro ogni aspettativa, ma vuoti dentro che tira un vento che fa male. (E tu com’eri a 27 anni? E tu, invece, come saresti stato?)

Derubati.

Spogli.

Senza sogni o amore o ali di sorta.

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Le monadi non hanno finestre, ma muri da abbattere

Nevica ogni anno, questo giorno. Certo, gli altri mica se ne accorgono, che mi sta nevicando dentro e sulle labbra, che i miei occhi cambiano per un giorno colore e diventano grigi come i tuoi tanti anni fa.

Soltanto ora so leggerci dentro a quella nebbia che ti riempiva: la ferocia, la smania di attaccarsi alla vita.

(Ma a volte splendevano di gioia pura e, allora, ecco che i tuoi occhi si riempivano di mare e quello era tutto l’azzurro a cui agognavo. Mi sono sempre chiesta: ero io a portarcela quella gioia, ero io la luce?)

Nevica, come in quella copertina del New Yorker, dove ci siamo io e te, mezzi svestiti su un letto sfatto. Soltanto ora la riconosco, quella ferocia, te la portavi addosso come se fosse un peso, ma poi adoravi scaricarla su di me. Mi dicono che l’odio sia salutare, che quella sia la strada più veloce per guarire, ma tu lo sai bene che non sono mai stata così. Ecco perché non sono mai riuscita a odiarti. Odiavo me, per aver permesso a qualcuno di farmi del male.

(Succede così, a certe donne, le si biasima per non essersene scappate da un uomo violento, da uno che le maltratta, che le tradisce, che le umilia, fa sentire sbagliate con ogni mezzo, o.)

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Nevica anche oggi, nevica ogni dannatoquattordicifebbraiodelcazzo. Otto anni di attacchi di panico, fanculo. Il fatto è che io ero un fascio di luce, aprivo ogni mia cellula e mi facevo invadere dal mondo, il fatto è che amavo la vita, e credevo nelle persone, e mi gettavo a capofitto in tutto, e non facevo che ridere e ridere e piangere dal ridere.

Ma tu, tu mi hai resa una monade in un giorno di neve. Hai chiuso di colpo tutte le finestre che mi riempivano il corpo, come una corrente d’aria gelata. Si sono spente le candele, e all’improvviso non c’era più luce. (E voi mi chiamavate per nome, bussando forte sui muri. Ma io facevo finta di non essere in casa).

Mi ricordo come fosse oggi, il giorno in cui ho capito che sono una monade. Si pensa alle cose più assurde, nei momenti peggiori della vita. Io mi sono trovata a pensare a Leibniz,al suo “le monadi non hanno finestre”.

 

Ma sono passati otto anni. Otto, e sai? L’0tto è il numero della rinascita, mi ricordo persino di averlo spiegato una volta a un professore di Letteratura durante uno dei miei primi esami all’Università.  è un numero sacro in Oriente, perché rappresentata l’equilibrio, e non è un caso che sia anche il simbolo dell’infinito ribaltato. Anche i nostri battisteri hanno pianta ottagonale e, ma questa è una chicca per una come me che ama la scienza, è il numero atomico dell’ossigeno.

Quindi, sai, è ora di buttare giù i muri di quella stanza senza finestre in cui mi hai chiuso anni fa, e respirare a fondo. Ossigeno. Quanto è bello scoprire che ha smesso di nevicare.

 

(Consigli per gli ascolti: qualsiasi cosa di Mia Martini, che è bella come il sole).

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Cosa sei disposto a perdere?

Circa cinque anni fa avevo un motto: se voglio, vendo anche l’anima. Lo dicevo con una tale convinzione che dovevate sentirmi! Era il pezzo di una triste canzone punk, una tra i pochi ricordi rimasti del liceo e di quella brutta fase della vita chiamata adolescenza (Perché noi non sapremo mai se quello che abbiamo è giusto, però non lo so, per sognare cosa sei disposto a perdere?). La gridavamo con veemenza sotto qualche palco di una festa della birra di paese, che fosse estate o inverno nulla ci fermava.

Loro, i miei compagni, i miei amici, ubriachi fino all’ultima goccia di decenza, con le magliettone nere da metallari, slavate con su teschi e borchie ovunque. Io, che sono sempre la radical chic, quella nata nel posto e nella famiglia sbagliata, ero astemia per scelta e mi distinguevo in quanto vestita bene, come vorrebbe nonna. E con sempre addosso qualcosa di rosso.

Se voglio, vendo anche l’anima. Lo dicevo per esorcizzare, perché la verità è che avevo una tale paura da non avercela neppure più un’anima.

Ma loro, gli amici ubriachi, mica lo sapevano. Che avevo paura, una paura matta.

Tanta paura di tutto, della mia testa, di rimanere in quel porcile, di un’università che non mi avrebbe dato un futuro, che non avrei mai combinato nulla di buono o importante nella mia vita. Avevo paura di fidarmi ancora, e di essere tradita dalle persone che più amavo.

Ma, ehi, ora che più o meno tutto ciò di cui avevo paura è successo, mi accorgo che l’unica cosa rimasta ben salda in me in questi anni è l’anima.

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Se ne vanno gli amici, se ne vanno gli amori sbagliati, se ne vanno i periodi brutti, se ne vanno le feste di paese e… Se ne vanno persino le paure.

E ora, D., cosa sei disposta a perdere per sognare? Cosa per realizzare ciò che vuoi essere? Se qualche anno mi gonfiavo il petto, dicendo tronfia “tutto, persino l’anima”, ora ne sono sicura: niente. Non serve che rinunci a nulla per realizzare i miei sogni, soprattutto all’anima. Si possono avere entrambe le cose.

Se voglio vendo anche l’anima, se voglio la venderò.

La forza stava in questo: se voglio. E no, non voglio proprio.

 

(Comunque, che la me di anni fa era sconsiderata, ve lo avevo già detto in Alla me di 7 anni fa.   –> Consigli per gli ascolti: James Bay – Hold back the river)

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Solo l’ennesimo dei tuoi fallimenti

Accendo il PC, tra le note che mi riempiono il desktop, una si fa notare. L’ho colorata di viola, invece che del solito giallo finto Post-it. C’è scritto: – 5.

è un lento conto alla rovescia che mi sono imposta, perché faccia male.

La modifico, scrivo: – 4.

Cazzo, questo conto alla rovescia è davvero lungo, e dura da tre settimane. Ogni giorno che passa è un colpo al cuore. Ora, proprio ora che sono giunta alla fine, sono pronta: il dolore per l’ennesimo fallimento è qualcosa che va apparecchiato con cura, celebrato con tutto l’amore che abbiamo in corpo.

Solo l’ennesimo, mica il prima, mica l’ultimo.

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Sai, questa volta avevo osato crederci sul serio, ci avevo messo tutta la speranza, tutto l’impegno, tutte le notti sveglia a lavorare. Modificare, migliorare. Fanculo. Ci avevo messo tutta me, senza paura.

Quanti di voi stanno facendo un conto alla rovescia, forse senza nemmeno rendersene conto? C’è chi conta quanto manca a partire, c’è chi aspetta con trepidazione un nuovo inizio o una festa, o chi sta contando quanto li separa da un abbraccio con una persona importante. Questi sono contdown in ascesa, perché all’avvicinarsi dello zero aumenta la gioia, la trepidazione. E poi, invece, ci sono i contdown che ti ammazzano, in cui si aspetta una risposta, in cui ci si imposta un ultimatum, in cui c’è un termine alla speranza o al sogno.

No hope, no love, no glory. No happy ending.

(Avrei voluto essere più brava, per renderti fiero di me. Avrei voluto non fallire anche questa volta. Avrei voluto che il mondo ti conoscesse, che.)

Let’s celebrate. Stanotte fatti vedere, balliamo finché le gambe ci reggeranno, perché è soltanto l’ennesimo dei fallimenti, il più grande, il più piccolo. Saremo più forti, ci crederemo di più, ci impegneremo di più, ci daremo la mano.

 

(Consigli per gli ascolti: Mika – No place in heaven)

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10 parole che amo

Delizia delle orecchie, obbrobrio meraviglioso se lette da chi ha la erre o la esse moscia:

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  • Grissinificio
  • Massachusetts
  • Pusillanime
  • Uroboro
  • Nonchalance
  • Villipendio
  • Esoso
  • Ossesso
  • Plumbeo
  • Sozzo / Sozzezza

 

Ho deciso di fare inutili liste come queste più spesso. Perché l’uomo ama da sempre l’elenco, e un gran professore italiano ci ha fatto su pure un libro. No, sul serio, non c’è alcuna motivazione sensata, amo i nonsense.

(Consigli per gli ascolti: Janis Joplin – Cry baby).

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Amica insonnia

Sono nata così. I primi 15 giorni della mia vita, dormivo di giorno e rompevo le palle ai miei genitori di notte. Il pediatra disse ai miei: “La bambina ha preso il giorno per la notte“. C’era un solo modo per farmi dormire: portarmi in giro in auto, oh lì sì che mi facevo delle belle dormite. Capita anche ora d’altronde, quando ho sonno, dopo una gita o durante un viaggio, io in auto, treno o pullman collasso. In aereo no, lì sto col naso contro il finestrino a dire: oh, guarda che bello.

(Lo sapete già che ho 13 anni, in realtà).

E lì, mamma e papà architettarono un piano cattivissimo.

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Mia madre, dopo l’ennesima notte insonne, l’indomani fece di tutto per tenermi sveglia tutto il santo giorno: piccoli spaventi, schiaffetti sulle guance. Niente riposini, bella di mamma. Ovvio che quella notte dormii secca come non facevo dai tempi dell’utero.

I miei fecero questa piccola cosa un po’ a cuor leggero, per farmi riprendere il ritmo della notte e del giorno, insomma. Ed eccomi qui, perennemente insonne, a non riuscire a dormire alle 3 o alle 4 del mattino nemmeno dopo 20 ore sveglia. Ora non posso non chiedermi: e se questo sia da sempre il mio bioritmo? Chi ha deciso che il giorno deve essere giorno per tutti, che non ci possano essere persone che semplicemente vivono meglio di notte?

No perché, a parlarci con gli insonni convinti come me, la sensazione è sempre la stessa: alla mattina dopo ti svegli dolorante, con malditesta pazzeschi, con un odio enorme verso te stesso, e una camera da letto in cui sembra esserci stata la guerra. (Calzini persi, trapunte cadute dal letto, pile di libri sul comodino, fazzoletti pieni di lacrime, computer e cuffiette perché la musica ti facesse compagnia). Noi ci conviviamo con le occhiaie viola o nere, noi ci beiamo del silenzio della Notte.

 

La notte è insostituibile, ma pagherei per avere un ritmo normale. Il problema è che non bastano più i trucchetti dei miei genitori, e a ventisei anni suonati sono costretta a tenermi borse sotto agli occhi, disperazione e sogni che soltanto la notte sa dare.

(Il sonno porta consiglio, dicono. Quanto ne vorrei).

 

(Consigli per gli ascolti: The Cranberries – Ode to my family).