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A 27 anni…

A 27 anni c’è chi muore, ma è perché è un artista. Per questo io punto da sempre a diventare famosa dopo i 28, non si sa mai.

A 27 anni si può decidere un giorno di essere coraggiosi e rifare tutto daccapo.

A 27 anni la forza che avevi sette anni fa ti lascia, perdere un treno non ti fa più ridere, manca un po’ di leggerezza.

 

A 27 anni non si può essere fedeli a un’idea, a un corpo forse.

Si è già stanchi di cercare l’amore, si decide che in fondo non è così necessario.

A 27 anni si è meno disposti a perdonare, più a ingoiare, più a legarsela stretta al dito.

A 27 si fanno ancora tante cazzate, come a 19, gli amici forse sono persino gli stessi di allora. è che tutto attorno è cambiato, non ci sono più le stesse stelle in cielo, una coperta in mezzo a un campo non tiene più abbastanza caldo. Non ci si fa più l’amore nei cinema, non ci si bacia più per strada. (I ragazzi che si amano si baciano in piedi contro les portes de la nuit et les passants qui passent les désignent du doigt).

a 27 anni

A 27 anni quando qualcuno ti dice “I miei vicini stanotte mi hanno svegliato perché si sono messi a fare sesso all’una di notte”, tu alzi gli occhi al cielo: “Beati loro!”. A 27 anni, toglietemi un po’ di sonno anche a me.

Si è perso tanto, ci sono già troppe persone da andare a trovare al cimitero. Ci sono tanti amici, ci sono tutti i nonni, ci sono tanti ricordi, mani che ti hanno abbracciato, gambe che se ne sono andate in silenzio.

A 27 anni ci sono canzoni che quando partono, tutti subito in piedi a cantare.

A 27 anni i tuoi occhi blu che si svegliano in piena notte, la faccia da ragazzino, a cantare: ma vedi me? Sono un pirata fra le nuvole. (E non ci credo più, nei paradisi grigi).

I torti fatti, le parole cattive, il modo in cui si arricciano gli angoli dei tuoi occhi quando sorridi, un abbraccio dato a un’amica scendendo al volo dalla metro, le lucine al muro, il temporale che batte sulla lamiera di un’auto parcheggiata in mezzo al campo, le lacrime che ti ho urlato dietro.

A 27 anni ti senti più solo del solito, a volte ti aggrappi a dei frammenti di ricordi. Non sono necessariamente belli, ma ti ricordano che sei vivo. Come un pugno.

Perché io sì, e tu no? (I’m dancing in the room as if I was in the woods with you).

27 anni, e nulla di cui renderti orgoglioso di me.

 

Ventisette fottuti anni. E si è ancora qui, contro ogni aspettativa, ma vuoti dentro che tira un vento che fa male. (E tu com’eri a 27 anni? E tu, invece, come saresti stato?)

Derubati.

Spogli.

Senza sogni o amore o ali di sorta.

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La fides: amarti come un ladro

Quando taci, quando chiudi a chiave i tuoi demoni, quando ti giri dall’altra parte del letto, ti sei mai chiesto cosa mi stai facendo?

Quando parlo di fiducia, sto pensando anche alla fides e alla fede. Dividiamo le persone che conosciamo in due gruppi: persone che meritano la nostra fiducia e persone che rimangono fuori da un certo recinto che preclude un lato molto intimo di noi.

Meglio dare fiducia e, quindi, affidarsi a pochi individui. Anche uno solo.

A chi amo do la mia fiducia, la fides (lealtà, ma molto di più) e la mia fede più totale. Un po’ come dare in mano a qualcuno una chiave in grado di distruggerti. Da chi amo pretendo fiducia, fides e la sua fede. Il che diventa complicato quando l’altra persona non crede a niente, ma questo è un discorso a parte.

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Allora, cosa succede quando apriamo la nostra anima a qualcuno, quando gli permettiamo di oltrepassare il recinto? è un po’ come mettersi a costruire una strada tra i nostri cuori, una connessione privilegiata che ci permette di correre dall’altro, affacciarsi dentro e guardare se è tutto a posto. E no, non è mai tutto a posto.

Ma. C’è un ma, sì. Quanto è pericoloso? Tantissimo. Capisco che tu non voglia farti sbirciare dentro, che mi tenga lontana, che abbia paura di ciò che possa farci con tutto quel caos che ti uccide pian piano. Perché sì, succede che a volte qualcuno se ne approfitti, ed entri a farsi un giro dentro di noi coi piedi ancora sporchi di terra. Succede che a volte veda qualcosa e decida di rubarcelo, e portarcelo via. Succede che vada a raccontare in giro ciò che nascondiamo.

Che faccio, chiudo tutto e butto la chiave?

Sai, è un po’ come far vincere il buio. Perché a volte è bene lasciare che qualcuno si faccia i fatti nostri, che ci ascolti, che si spaventi, che ci alzi da terra, che ci dia un ceffone, che dia una ripulita a quel casino che portiamo appresso, che apra le finestre. Per quanto ce ne vergogniamo, per quanto faccia male.

Ti ho dato la mia fiducia, la mia fides e pure la mia fede, senza paura che la giudicassi. E sì, pretendo lo stesso da te. Se c’è una bomba che mi stai nascondendo, la disinnescherò mentre sei distratto, e poi. Poi veglierò su di te mentre dormi, ti terrò d’occhio mentre sei lontano, tapperò i buchi di fronte a te mentre cammini di fretta.

A volte amare è un lavoro da ladri.

(Ma con te, è bellissimo).

 

(Consigli per gli ascolti: Je vais t’amer – Michel Sardou (o la versione di Louane per gli amanti delle commedie francesi)).

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Un orso polare bipolare

Non aspettatevi troppa coerenza da una come me, ve ne prego. Il fatto è che passo facilmente dalla disperazione più acuta a un’euforia invadente e contagiosa.

Va da sé che il titolo non c’entri nulla con ciò di cui vi parlerò.

è stato il seme di un dubbio improvviso, scoppiatomi nel cervello mentre pranzavo oggi, godendomi la mia unica ora al giorno di televisione con un programma spazzatura, (di quelli che amo tanto, per intenderci). Dico sempre: tanta cultura, libri e serietà, ogni tanto c’è da mettersi davanti a Real Time per capire quanto male va il mondo.

Non era Appuntamenti da incubo, né Chi diavolo ho sposato?, né My strange addictionPazzi per la spesa. Questa è una novità di canale 31, che trovate a mezzogiorno: coppie di sconosciuti che escono a cena. Un appuntamento al buio, ma scoppierà la scintilla?

Beh, a me è scoppiato sto seme del dubbio, invece. Sullo schermo questi due tizi strambi, lui editore francese, un po’ scassapalle, e lei bipolare, fissata col sesso. E ho pensato: Dio, come sono carini assieme! Lei, la bipolare dico, si mette a raccontare di quando ha abbandonato il marito per scappare con un uomo di dieci anni più giovane di lei, lo fa sorridendo, ma all’improvviso gli occhi lucidi: “Ho fatto tanto soffrire quell’uomo e i miei figli”. Poi si scusa: “Scusate, rido e piango assieme, sono bipolare. Mi è stato diagnosticato un anno fa”.

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Tac. Il seme scoppia.

(E non sapevo nemmeno fosse lì).

Ho fatto 2 + 2, depressione + euforia + malata di sesso = oddio, sono bipolare?

E lì, ho fatto la cosa che non bisognerebbe fare mai: fare una ricerca su Google. Il risultato, questo, mi ha dato la conferma: ecco che cos’ho! Sono chiaramente bipolare. Forse un po’ ninfomane, sicuramente paranoica.

Ecco, fate passare i post di questo blog: felicità, tristezza, tristezza, disperazione, felicità, euforia pura, ilmondofaschifo, depressione, tristezza, felicità. Ho aperto il diario che giace sepolto sotto una caterva di libri, sul mio comodino: nel giro di pochi giorni ti odio e poi ti amo, e poi ti odio di nuovo; oggi credo che posso farcela, domani che non c’è speranza.

Bipolarismo. In continuo transito tra due poli, la felicità e la tristezza, il successo e il fallimento. Ehi, non è forse questa la vita di tutti? Il nero, e il bianco. E noi viaggiamo in continuazione tra due vette, tra inferno e paradiso, lo facciamo di continuo. Basta una parola sgarbata da parte del fidanzato, basta il sorriso di uno sconosciuto, basta che oggi piove e hai perso il tram, basta che un collega ti dica “bel lavoro”. Tristezza e felicità, non le possiedi mai entrambe come vorresti.

A voi non capita, forse? E sapete cosa? Anche se lo dovessi essere soltanto io, non m’importa. Non darò certo un nome a come sono fatta.

 

(Consigli per gli ascolti: Ermal Meta – Umano)

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Il sesso che ci facciamo

Visto che mi piacciono le note stridenti, far accapponare la pelle, la pietra dello scandalo, pensavo che dopo un post su un funerale ce ne stesse proprio bene uno sul sesso.

Perché vedete, il sesso è vita.

 

Il sesso che ci facciamo è qualcosa che fa male, è qualcosa che fa bene. La mano tesa a curarmi questa notte è la stessa pronta a uccidermi tutte le notti che seguiranno, vuote di te.

Il sesso che ci facciamo sono le tue parole improvvise e piene di desiderio, sono i miei silenzi inginocchiata tra le tue gambe. Io sono la tua dea, io sono peggio di tutte le tue schiave. Dammi da bere di te, neanche potessi scioglierti nella mia bocca e restare. Il nostro è un effimero tentativo di possederci, di fermare il moto perpetuo che ci tiene lontani, di cancellare la paura.

Il sesso che ci facciamo mi guarisce l’anima, umiliandomi il corpo. Il mio corpo si piega inerme sotto i tuoi colpi, si arrende alla corsa, si lascia legare e plasmare in forme mai viste. Ti sento nello stomaco mentre, lo sguardo fisso negli occhi, mi dici: mia.

(E allora, fanculo secoli di femminismo, tutte quelle cose che dico sulla mia libertà individuale, nobody’s wife de che).

il sesso che ci facciamo

Ti dico: tua. Ma lo faccio urlando, sono solo un animale che tu stai scuoiando vivo, sono il dolore primigenio del mondo, sono il saluto del neonato all’universo.

Il sesso che ci facciamo è una condanna. Una vera bruttura da parte di chi ci ha fatti incontrare, per poi non riuscirci a lasciare più. E così, persino dall’altra parte del mondo, chiudiamo gli occhi e godiamo dell’altro, con la cattiveria nel cuore di voler allontanare dal nostro letto al più presto chi ha osato entrarci senza essere te, senza essere me. (Mio, ti dico, tuo, rispondi.)

Il sesso che ci facciamo è un coltello che unisce. Mi abbracci e non capisci perché io soffra tanto, quando mi dici che non c’è nulla di sbagliato, in me.

Il sesso che tu mi fai è il marchio di chi mi ha fatto male con una parola, con una violenza, con un abbraccio o un bacio negato. Le tue mani riempiono i singhiozzi, le tue spalle inondate dai miei occhi, il pavimento freddo contro la schiena.

 

E piango, amore mio, perché tua non sono, piango, perché non appartengo a nessuno. And every demon wants his pound of flesh.

(Consigli per gli ascolti: Florence + The Machine – Shake it out)

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Bisogna chiudere per aprire

I funerali nella famiglia di mia mamma sono qualcosa che fa storcere il naso da chi ci vede dall’esterno. C’è un grande dolore e allo stesso tempo una grande allegria, fatta di battute tra fratelli e cugini, di “guarda come si è vestito male quella”, di “ti ricordi quella volta che?”, di tavolate di cibo e racconti di aneddoti, ricordi.

Piangiamo e ridiamo assieme.

Una famiglia di bipolari.

A mia nonna Antonietta sarebbe piaciuto esserci, al suo funerale. Avrebbe criticato la sorella che si è presentata in ritardo, mi avrebbe chiesto se la camicetta che indossavo era nuova (mi sembra di sentirla: “Ci stai acconc”), avrebbe fatto qualche battuta (anche sconcia) a mio cugino. Qualcuno grande e grosso per abbracciarla avrebbe dovuto alzarla di peso, mentre con me avrebbe tirato fuori un fazzoletto dal reggiseno dopo essersi accorta di avermi bagnato le guance baciandomi.

Siamo una carovana di persone. 4 figli, 7 nipoti e 7 pronipoti. Mia mamma era la più piccola dei figli, quella avuta per sbaglio a quarant’anni, e io la più piccola e silenziosa dei nipoti. Sono sempre stata una bambina atipica, una di quelle che non rompono le palle: lasciatemi lì con qualche pennarello e un foglio e mi arrangio.

fiori

Ci ho passato le domeniche della mia vita a casa di mia nonna, e non vedevo l’ora che arrivasse la primavera: nel cortile non c’era un solo sasso fuori posto, era tutto uno strepitio di colori nuovi. Fiori ovunque. Il fatto è che mia nonna aveva un pollice d’oro, mica verde: lei piantava un semino mezzo morto e ci cresceva la pianta più forte di sempre. Prima di andarmene, c’era un giro d’obbligo, una rotazione di tutte le piante ripetendone i nomi: questo è il maggiociondolo, questa la surfinia e così via. (E io che faccio morire le piante grasse).

C’era un mondo fatato che andava a costruirsi nella mia testa ogni volta che mi parlava e che viveva nei suoi racconti d’infanzia, il mondo di Benevento e Caserta, dei chilometri da fare a piedi per andare a prendere l’acqua col secchio, delle ore passate a cucire le foglie di tabacco sul terrazzo, di quella volta che la mamma Vittoria corse ad abbracciarla piangendo di gioia: “Sono arrivati gli americani!“.

 

La cosa che mi fa più paura di perdere qualcuno riguarda le domande che non ho fatto, le cose che mi sono dimenticata di chiedere. Quando qualcuno muore, si perde per sempre la sua memoria. Si perde la possibilità del racconto.

Oggi sono un po’ più orfana di parole, sai?

Piangiamo un po’, ma ridiamo di più. A te, in fondo, sarebbe piaciuto così. Prima di aprire una nuova porta, è necessario chiudere quella da cui siamo usciti. Altrimenti, sai che corrente d’aria? Buon viaggio, nonna.

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Quattro generazioni di donne

Questo post si sarebbe dovuto chiamare “X motivi per cui non abiterei a Londra”, eppure non possono parlarvene ora, ma prometto che lo farò. Vi farò un post LUNGHISSIMO e noioso, quindi se non volete leggervi tutta ‘sta pippa mentale, chiudete ora.

Il mio ritorno da Londra è stato un breve passaggio dall’aeroporto (e gli italiani che applaudono quando l’aereo atterra) all’ospedale. Si tratta della mia dolce nonna, quella che mi dava di nascosto i 20 euro “così ti compri il gelato”, che la pasta cu pummarol ‘ncopp era più buona fatta da lei perché ci cuoceva dentro il muscolo e il lardo (‘azz), che “statt accuort” prima di uscire di casa e la pastiera era quella dei poveri fatta col riso e gli spaghetti.

Il mio ritorno ha coinciso con una chiusura. Abitavo ancora a Torino, erano gli anni dell’Università, quando un giorno lavando i piatti, una tazza che lei mi aveva regalato prima del trasferimento cadde a terra, rompendosi. E coi suoi pezzi, anch’io ero a terra, telefonando in lacrime a mia madre: “La nonna… Le succederà qualcosa”. Quel giorno mia nonna ebbe il primo dei suoi infarti.

rabbia

Poi ci furono ictus e ischemie e trombosi e. Grosse operazioni impossibili, e lei che ogni volta tornava su in camera facendo il segno dell’ombrello. Nonna, facci vedere che non sei morta ancora. E lei: tié.

Poi la carrozzella, il coumadin, la paura di vedere in lei un mio destino futuro in quella malattia che probabilmente ci passiamo da generazioni, mutazione del fattore cazziemazzi, che un momento sei lì e il momento dopo un ictus ti ha fottuto metà cervello. Come mio nonno, come le mie nonne, come mio padre. La coscienza di sé che va e viene, il presente e il futuro che si sovrappongono, in una realtà abitata da bambini immaginari e da nipoti presenti di cui ricordi il nome metà delle volte.

Oggi a mia nonna hanno amputato una gamba, ma lei lo diceva da vent’anni almeno: ah questa gamba mi darà problemi, vedrai che farò la fine del fratello mio. (Ho chiesto solo gambe nuove, per poter tornare lì).

Bisogna sapere lasciare andare, quando si ama.

(è più difficile restare coi piedi a terra e non morire).

 

Tre anni fa, ho aperto un varco dentro di me, e ci ho lasciato entrare tutto. Il dolore, il tradimento, la fine dell’amore, la disillusione dell’amore giovane, l’odio del proprio corpo e del proprio cervello. Ma soprattutto la rabbia. Verso il mondo, verso me stessa, verso Dio.

Ho creduto che per conoscere l’Amore, avrei dovuto toccare il fondo dell’Odio. Mi sono fatta passare da tutto e da tutti. Mi sono lasciata stropicciare, strappare, cancellare.

Ora. è successo che quest’estate, nel bel mezzo di un concerto, io abbia capito che l’odio o la cancellazione di sé non sono mai la soluzione di nulla. è successo che oggi io abbia incontrato una di quelle donne che fanno le notti all’ospedale, e che lei mi abbia fatto un discorso bellissimo sulla Gioia. è successo, che prima di scendere in sala operatoria, mia nonna abbia parlato de “la mamma mia”, la (bis)nonna Vittoria, e con quella Gioia negli occhi abbia detto a mia madre: ti ricordi com’era sempre felice? Sorrideva sempre.

E allora, in quel punto esatto dell’Universo, il presente e il passato erano davvero sullo stesso piano, la vita e la morte pure, la gioia e il dolore. C’erano quattro donne, coi lori sogni premonitori, con le cinghiate sulla schiena dei loro padri e mariti, con le risate soffocate di notte nei letti con le sorelle e cugine. Quattro generazioni di donne, sopravvissute a ogni genere di cosa.

E per la rabbia, all’improvviso, non c’era più spazio dentro di me.

 

 

Ti mostrerò com’è speciale il mondo, anche se fa male. Consigli per gli ascolti: Lo sai da qui – Negramaro (e perdonatemi se sono così tanto mainstream).