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Le monadi non hanno finestre, ma muri da abbattere

Nevica ogni anno, questo giorno. Certo, gli altri mica se ne accorgono, che mi sta nevicando dentro e sulle labbra, che i miei occhi cambiano per un giorno colore e diventano grigi come i tuoi tanti anni fa.

Soltanto ora so leggerci dentro a quella nebbia che ti riempiva: la ferocia, la smania di attaccarsi alla vita.

(Ma a volte splendevano di gioia pura e, allora, ecco che i tuoi occhi si riempivano di mare e quello era tutto l’azzurro a cui agognavo. Mi sono sempre chiesta: ero io a portarcela quella gioia, ero io la luce?)

Nevica, come in quella copertina del New Yorker, dove ci siamo io e te, mezzi svestiti su un letto sfatto. Soltanto ora la riconosco, quella ferocia, te la portavi addosso come se fosse un peso, ma poi adoravi scaricarla su di me. Mi dicono che l’odio sia salutare, che quella sia la strada più veloce per guarire, ma tu lo sai bene che non sono mai stata così. Ecco perché non sono mai riuscita a odiarti. Odiavo me, per aver permesso a qualcuno di farmi del male.

(Succede così, a certe donne, le si biasima per non essersene scappate da un uomo violento, da uno che le maltratta, che le tradisce, che le umilia, fa sentire sbagliate con ogni mezzo, o.)

monadi

Nevica anche oggi, nevica ogni dannatoquattordicifebbraiodelcazzo. Otto anni di attacchi di panico, fanculo. Il fatto è che io ero un fascio di luce, aprivo ogni mia cellula e mi facevo invadere dal mondo, il fatto è che amavo la vita, e credevo nelle persone, e mi gettavo a capofitto in tutto, e non facevo che ridere e ridere e piangere dal ridere.

Ma tu, tu mi hai resa una monade in un giorno di neve. Hai chiuso di colpo tutte le finestre che mi riempivano il corpo, come una corrente d’aria gelata. Si sono spente le candele, e all’improvviso non c’era più luce. (E voi mi chiamavate per nome, bussando forte sui muri. Ma io facevo finta di non essere in casa).

Mi ricordo come fosse oggi, il giorno in cui ho capito che sono una monade. Si pensa alle cose più assurde, nei momenti peggiori della vita. Io mi sono trovata a pensare a Leibniz,al suo “le monadi non hanno finestre”.

 

Ma sono passati otto anni. Otto, e sai? L’0tto è il numero della rinascita, mi ricordo persino di averlo spiegato una volta a un professore di Letteratura durante uno dei miei primi esami all’Università.  è un numero sacro in Oriente, perché rappresentata l’equilibrio, e non è un caso che sia anche il simbolo dell’infinito ribaltato. Anche i nostri battisteri hanno pianta ottagonale e, ma questa è una chicca per una come me che ama la scienza, è il numero atomico dell’ossigeno.

Quindi, sai, è ora di buttare giù i muri di quella stanza senza finestre in cui mi hai chiuso anni fa, e respirare a fondo. Ossigeno. Quanto è bello scoprire che ha smesso di nevicare.

 

(Consigli per gli ascolti: qualsiasi cosa di Mia Martini, che è bella come il sole).

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Cleopatra la bruttina e il bagno nel latte

Penso a Cleopatra e penso ai suoi lunghi bagni nel latte di asina. Mi succede così, quando devo invidiare qualcuno, io invidio lei, la regina delle regine. Affascinante e incredibilmente intelligente, Cleopatra ammaliava tutti e persino gli uomini più potenti del mondo cadevano ai suoi piedi come pere cotte.

E allora sì, quando in vasca chiudo gli occhi e penso, io invidio i litri di latte che la circondavano. Ma fosse anche cioccolato, fosse champagne, meraviglioso. Datemi un grammo del suo charme.

  • 1. Cleopatra non era bella

Figura tragica, inafferrabile, piuttosto di diventare la schiava d’altri si uccise. L’hanno impersonata le donne più belle di ogni epoca, è stata dapprima rappresentata nella scultura assimilandola all’immagine della bella Venere, e da lì ogni secolo ha prodotto le sue opere d’arte secondo i canoni del tempo (molto abbondante nei dipinti del Barocco, ombrosa e maledetta nel Romanticismo, perfetta come Liz Taylor col grande cinema degli anni ’60).

Ecco, abbiamo sbagliato tutti. Perché è vero che Cleopatra poteva permettersi di fare innamorare chiunque, ma per farlo non serve certo la bellezza. Ci dice Plutarco (Vita d’Antonio):

A quanto dicono la sua bellezza in sé non era del tutto incomparabile né tale da colpire chi la guardava; ma la sua conversazione aveva un fascino irresistibile, e da un lato il suo aspetto, insieme alla seduzione della parola, dall’altro il carattere, che pervadeva contemporaneamente i suoi colloqui, erano un pungiglione penetrante. Dolce era il suono della sua voce quando parlava; la lingua, come uno strumento musicale dalle molte corde, la piegava facilmente all’idioma che voleva usare.

Insomma, coltissima, conosceva e sapeva conversare in diverse lingue, aveva molti amici dotti del Museo e della Biblioteca alessandrina. Come si dice, il ricordo di un bel viso svanisce con le primavere, ma una conversazione intelligente te la porti nella tomba. Anche perché, studiando i ritratti più antichi e le effigi sulle monete, gli storici sono concordi nel ritenere che Cleopatra non avesse un profilo bellissimo e che, anzi, soffrisse di prognatismo. Ciò non le ha impedito di spingere i due uomini più potenti dell’epoca a fare follie d’amore per lei: Marco Antonio addirittura dispose nel suo testamento che il suo corpo fosse inviato all’amata per essere inumato ad Alessandria. Ma soprattutto, in vita, le regalò la Biblioteca di Pergamo. (E non so voi, ma un uomo che mi regala LA biblioteca per eccellenza, io lo amo per l’eternità).

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  • 2. Il bagno nel latte di asina

Si dice che per produrre il latte necessario ai suoi bagni di bellezza quotidiani la regina fosse fornita di una scuderia di ben 700 asine, un’immagine che è entrata prepotente nell’immaginario attuale anche a causa di qualche film hollywoodiano, poco avvezzo a controllare le fonti storiche (vedi Asterix e Obelix: missione Cleopatra). Da Cleopatra ad altre figure storiche discusse e affascinanti il passo è breve: anche di Paolina Bonaparte, sì proprio lei, si raccontano i lunghi bagni nel latte tiepido d’asina, scandalosi. E poi tutte le grandi amanti della storia, senza dimenticarci di Messalina, che ovviamente si sarebbe lavata e curata il corpo col miracoloso latte d’asina, capace di prevenire le rughe.

Ci deve essere un collegamento tra questo latte e lo scandalo, tra l’erotismo e l’indignazione.

Ecco, in realtà, nessuna fonte ci ha tramandato alcuna notizia riguardo i bagni di Cleopatra e il falso storico sarebbe nato soltanto in seguito, scambiando la protagonista della leggenda. Infatti, siamo in un’altra epoca e in un altro contesto e a parlarcene è Plinio il Vecchio: Poppea, anche lei colpevole di aver affascinato e traviato Nerone, si sarebbe concessa un bagno di bellezza quotidiano, immersa in latte d’asino. Un vizio di cui non sapeva proprio fare a meno, tanto che si sarebbe portata dietro  asine durante qualsiasi viaggio lontana da casa.

Che vi devo dire, probabilmente oltre alla mascella in avanti e al nasone, Cleopatra aveva pure le rughe quindi. Ma a me piace proprio per questo, questa Cleopatra saggia e devota all’amore, questa Cleopatra dolorosa e pronta a tutto per la libertà:

«O amato Antonio, poco fa ti seppellivo con mani ancora libere; […] nascondimi invece e seppelliscimi qui con te, poiché degli infiniti miei mali nessuno è grande e terribile quanto questo breve tempo in cui sono vissuta senza di te».

 

(E poi non venite a dirmi che non sono romantica. Consigli per gli ascolti: Stay – Rihanna).

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Perché Il Piccolo Principe ha avuto (e avrà) tanto successo

Ultimamente va un sacco di moda scagliarsi contro Il Piccolo Principe. Va benissimo, ci mancherebbe, ci sono mode più deleterie come quella dei risvoltini. Ecco, però una cosa che non posso accettare è che si dica che tutti quelli che la pensano diversamente non hanno un cervello. O, peggio, che non leggano libri. La logica sarebbe quella per cui “Se qualcuno ama Il Piccolo Principe è perché evidentemente non ha mai letto nulla” (copio il commento FB di un utente).

Se esiste storicamente la figura del critico letterario c’è una ragione. Internet ci ha fatto credere di poter dire tutto quello che pensiamo, che la disintermediazione sia sintomo di progresso, che la politica sia materia alla portata di tutti. Quando sento qualcuno sparare un sacco di fesserie su un libro, mi viene voglia di prendere quel pezzo di carta che è la mia laurea e di gettarlo al vento alla mercé degli uccelli. Il fatto è che io non vengo a parlarvi di ingegneria biomedica, a proporvi cure miracolose per le malattie, io non mi permetterei mai di dirvi come si costruisce qualcosa. (Per quest’ultima cosa, ad esempio, esistono delle professioni specializzate, delle figure ben precise: gli anziani che supervisionano i cantieri).

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Quindi, quando un giornalista del Fatto Quotidiano (e non mi dilungherò né a dirvi cosa penso di tale giornale, né a parlarvi del concetto di “giornalista” oggi) scrive un articolo chiedendosi perché mai un libro come Il Piccolo Principe abbia avuto e abbia tuttora un successo così stratosferico, mi cadono le braccia. (Sopravvalutato, banale!). Risponderò a questa domanda, anche se voleva essere retorica.

Il succo del discorso sarà: Il Piccolo Principe “è un testo poetico che riesce a condensare e contemporaneamente ad aprire a realtà simboliche complesse” (parole bellissime di Angela Prestifilippi, esperta di ermeneutica simbolica).

Il Piccolo Principe: perché tanto successo?

  • 1. Il linguaggio semplice

Il centro tematico più famoso del libro è quello della cura, nel senso latino del termine. Prendersi cura di qualcosa o di qualcuno significa preoccuparsi per quella cosa/persona. E, in questo, senso Il Piccolo Principe è un racconto che vuole educare al sentimento, all’interfacciarsi con l’altro: non sarà certo un caso che il linguaggio utilizzato sia semplice, piano, che ogni concetto sia supportato e accompagnato da immagini e metafore comprensibili, che persino il pensiero più semplice venga ripetuto alla nausea, ripreso a poche pagine di distanza. Perché sì, queste sono le caratteristiche tipiche di un testo scolastico, perché quel linguaggio è quello che va adottato quando si insegna. Dirò di più: quando si educa.

(Fare l’educatrice mi ha insegnato una tra le cose più utili di sempre: ricordarmi di considerare l’interlocutore, se necessario abbassare il livello del mio linguaggio, trovare dei punti di accordo che possano rendere più accessibile un ragionamento complesso. Insomma, se vuoi spiegare le frazioni a un ragazzino discalculico, poche balle, devi pensare a cosa gli piace, inventare metafore ardite, finire a parlare di torte al cioccolato o degli One Direction. Sì, persino questo).

Ecco, se vuoi educare al sentimento e vuoi che il tuo testo abbia un carattere di universalità, allora dovrai utilizzare dei termini di paragone validi ovunque e validi sempre: un bambino, un animale, un fiore.

  • 2.  “Una favola semiologica”: la lettura stratificata

La chiave di lettura del Piccolo Principe ci viene data nel primo capitolo, quello del cappello e del serpente per intenderci. L’autore non è uno stupido a cui piace scrivere libri di citazioni utilizzabili ovunque, dai muri dei bagni dell’autogrill ai baci Perugina, ma soprattutto da aggiungere sotto ai vostri selfie con la duck face.

La storia si presenta come quella di un bambino un po’ tonto alle prese coi suoi piccoli problemi di cuore (il cappello, insomma), ma ciò a cui l’autore vuole che arriviamo è la storia che sta dietro a una prima lettura semplicistica (il serpente che ha mangiato un elefante). Insomma, la riflessione generale sulla struttura del segno linguistico nel primo capitolo dovrebbe veicolare il lettore verso una lettura simbolica del testo che segue. È un po’ come se Antoine ci stesse suggerendo di proseguire con occhi nuovi, e chi vuole intendere intenda.

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  • 3. Una storia universale

Dall’Odissea in avanti il tema del viaggio è uno dei più affrontati e declinati nella letteratura. Il viaggio è metafora della vita, del cambiamento, della conoscenza. Se il Piccolo Principe non fosse partito, niente storia. Ma il Piccolo Principe deve partire, deve andarsene di casa, lontano dai confini di ciò che già conosce. È la storia di ogni essere umano che, suo malgrado, deve crescere e maturare, deve affacciarsi al mondo reale, ma soprattutto deve fare esperienza se vuole conoscere. Partire è necessario, quanto mutare è vitale. (Fermi ci stanno soltanto i morti).

E che è necessario, che è nella nostra natura, ce lo racconta uno tra i miti più longevi di sempre: quello dell’albero della conoscenza del bene e del male nell’Eden, quello dell’istinto a infrangere. È un viaggio conoscitivo che porta al dolore, certo, come quello di Ulisse raccontato nel XXVI dell’Inferno (fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguire virtute e canoscenza). Celebrato spesso come eroe umanista, Dante però lo ficca nel fondo dell’Inferno e su questo non ci sono dubbi: sbagliare comporta sofferenza, dolore.

Dall’altra parte, c’è il viaggio più difficile, quello in salita. Sacrificio, abbandono e fiducia completa, rinuncia ai propri egoismi. E qui parliamo di Dante e del suo viaggio, verso l’alto, ispirato da una catena discendente d’amore (tre donne salvano il poeta dal periodo buio della sua vita: la Madonna, Santa Lucia e Beatrice): Dante ci si affida allungando una mano, lasciandosi trascinare. Ecco, il Piccolo Principe vive entrambi i viaggi in questo libro: quello di conoscenza oltre le colonne d’Ercole e quello di una conoscenza più profonda e duratura, che intraprenderà con una misura estrema ma essenziale. È necessario sacrificare se stessi, è necessario mettersi nelle mani di un altro: per arrivare alla rosa (guarda caso, un viaggio verso l’alto), il Piccolo Principe abbraccia il suicidio.

  • 4. Ermeneutica simbolica in una “favola per bambini”?

Arriviamo al punto importante della questione: Il Piccolo Principe non è propriamente una favola per bambini. È complesso, è difficile, è intriso di rimandi fitti delle Sacre Scritture. Mi sorprende ancora che nessuno ne abbia fatto uno studio decente, ma mi sono ripromessa che è una di quelle cose che farò nella vita. Il Piccolo Principe non parla soltanto di amore, ma di Amore. È una storia mistica e la sua credibilità si fonda tutta su quella sospensione di giudizio che l’aviatore-autore ci chiede fin dall’inizio e fino all’ultima pagina: le sentiamo ridere le stelle? È una questione di Fede.

E il parallelo Cristo-Piccolo Principe è presente in tutta la storia: la ricerca di un pozzo nel deserto, de “l’eau vive” (in Giovanni 4, 10-14), il difficile addio prima del suicidio che ricorda la scena del Getsemani, fino al corpo del bambino che non viene più trovato (e vuoto è pure il sepolcro di Cristo). Il Piccolo Principe aveva uno scopo: quello di salvare l’aviatore (perso nel suo deserto-selva oscura), così come Cristo viene mandato sulla terra per salvare l’Uomo.

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E, infine, la rosa. Per la maggior parte dei critici è la figura femminile, la donna amata dal poeta. Certo, quello e molto altro probabilmente. Io, ad esempio, non riesco a non pensare ogni volta a cosa mette Dante al centro del Paradiso: una rosa (la Candida Rosa). Lì risiede la beatitudine, la pace, la completezza. E la rosa è il simbolo mariano per eccellenza. Credo che l’autore avesse ben presente tutte queste cose, credo che le abbia messe tutte assieme alla portata della nostra comprensione, tessendole in modo mirabile nella trama. E mi azzardo a dire che volesse dirci questo: il Piccolo Principe ha scelto, si lascerà trasportare verso l’alto, così come avviene in Paradiso dove si sale di livello lasciandosi elevare dalla luce dell’Amore (d’altronde, il suo “non era un corpo molto pesante”)

(E non ditemi che Antoine non aveva in mente proprio Dante quando scriveva “E cadde dolcemente come cade un albero”).

 

Conclusione: perché Il Piccolo Principe è un libro di successo e lo sarà sempre?

Perché è una storia semplice, semplicissima, che apre a più livelli di comprensione. Una complessità tale che forse non l’ha davvero capita nessuno, né quelli che la osannano né tantomeno quelli che la odiano. Non l’hanno capita soprattutto i giornalisti che seguono le mode degli haters e degli hipster, né io probabilmente. Ma rimane geniale e Antoine de Saint-Exupéry pure, e andrebbe letta ai bambini, ai lettori che verranno, insieme a Pinocchio, a Mary Poppins, al GGG, alla Fabbrica di cioccolato, ad Abbaiare stanca, a Peter Pan…

Questo è il punto. Fare leggere storie che educhino a essere adulti visionari, di cuore, coraggiosi, leali, a prendersi cura degli altri, a essere responsabili, ad accettare la sofferenza come parte di sé. A essere futuri lettori, pace.

 

 

PS: Io ho letto Il Piccolo Principe più di 100 volte nella mia vita, e non me ne vergognerò mai.

(Alcune fonti e letture interessanti nei commenti).

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Quel porco di D’Annunzio: l’arte della fellatio

Ebbene sì, per la mia nuovissima rubrica “Cose che non sapevi di voler sapere” sono già approdata al tema sesso. Chi mi segue da molto non si meraviglierà di certo, memore dei numerosi post in cui la tematica torna (visto che siete viziosi, vi consiglio di ripassare questo: Il sesso che ci facciamo).

Il fatto è che ho voluto seguire il suggerimento di un commento al post precedente, ma parlare di D’Annunzio significa finire inesorabilmente col parlare di sesso. Persino il pudicissimo Alessandro Barbero in Poeta al comando, romanzo che parla dell’avventura del Vate a Fiume, se n’è uscito con dei passi tanto erotici che dopo non sono più riuscita a seguire le sue lezioni come prima. Non riesco a togliermi dalla testa, ad esempio, la trovata di D’Annunzio di riservare trattamenti opposti ai seni dell’amante: tetta cattiva, tetta buona. Una si merita i morsi e l’altra la lingua, una si merita l’indifferenza e l’altra la devozione. Invenzione letteraria o chissà, è qualcosa di eccezionale.

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D’Annunzio è il tombeur de femmes della letteratura italiana e cosa faceva alle donne lo sapeva soltanto lui. Certo, due idee potremmo farcele leggendo le sue poesie. Pensiamo alla più famosa di tutte, La pioggia nel pineto: erotismo puro. La rincorsa all’amplesso si gioca tra le fronde, scandita al ritmo della pioggia, mentre i due amanti si sciolgono fino a confondersi con la natura, fino a fondersi l’uno con l’altro. E l’erotismo non lo fa tanto ciò che qui D’Annunzio descrive, ma sono i suoni i veri protagonisti, dolci e sinuosi, sembrano scivolarci addosso, come acqua, sembrano accarezzarci. Una vera cascata fatta di assonanze e consonanze continue, di figure fonetiche, di reiterazioni di suoni piacevoli (r, s, f, v, ol, ìo), tutto in un ritmo sempre più serrato, dato da accenti sempre più vicini che creano verticalità. Pioggia che si infittisce.

Ci sapeva fare, il Gabriele.

 

L’elica

Ma vi avevo promesso cose che non sapevate già, giusto? Bene, saprete forse già che D’Annunzio aveva più amanti contemporaneamente, e le faceva ammattire come solo un vero stronzo possa fare. Soltanto al Vittoriale Gabriele ne aveva almeno quattro nei suoi ultimi anni di vita.

Vi parlerò solamente di una di queste: la governante. Questa è senz’altro la figura più bizzarra e, quindi, quella che mi fa sorridere di più. Amélie Mazoyer, che aveva la metà degli anni del Vate ed era piuttosto bruttina. Perché tenersela allora? Lo capiamo dal soprannome che D’Annunzio le aveva affibbiato: Aélis, giocando sul suono hélice, elica. Sì, è proprio ciò che state pensando: Amélie faceva degli ottimi lavoretti di bocca, ma anche di mano non se la cavava affatto male da ciò che sappiamo (“una mano donatrice d’oblio”).

Ma non finisce qui, perché Amélie aveva altri compiti: convocare prostitute piacenti per D’Annunzio. Certo, se il capo lo richiedeva, la ragazza era persino disposta ad aggiungersi per un ménage à trois. Ma alle volte, Amélie non veniva invitata ai bunga bunga dell’amato e finiva col subire personalmente la mortificazione imposta dal poeta: la sua stanza era vicina a quella adibita alle orge. Qui, chiusa, se ne stava sia nelle notti felici che in quelle tristi, sia in quelle in cui era costretta ad ascoltare i gemiti delle rivali, sia in quelle in cui veniva svegliata in piena notte e convocata per un’urgenza amorosa, per il suo talento unico nell’arte della fellatio.

La tetta buona, la tetta cattiva. Stessa storia.

(La prossima volta che vi parlerò delle donne del Vate, vi racconterò di quella che cercò di ucciderlo buttandolo giù dalla finestra. Ma cosa facevi alle donne, Gabriele?)

Ah, quella storia per cui D’Annunzio si sarebbe fatto togliere delle costole per farsi i pompini da solo: come vedete, non ne aveva bisogno. Aveva già una governante.

 

(Consigli per gli ascolti: oggi niente musica, godetevi la lettura di Herlitzka de La pioggia nel pineto; è qualcosa che ha poco a che fare con l’umano, e tantissimo col divino.)

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Petrarca era un bugiardo

Vi ricordate di quando scrissi un post su come le persone assomiglino ai manoscritti? (Lo trovate qui: Dei manoscritti, e delle loro storie). Beh vi avevo detto che forse un giorno vi avrei parlato del Petrarca, ma ho deciso di fare di più.

Ho deciso che man mano vi scriverò delle cazzate che hanno fatto la storia. Ciò che ci insegnano a scuola è tutto molto bello, certo, ma alle volte dovrebbero raccontarci qualcosa che va un po’ al di là delle etichette e definizioni. Per intenderci, io ho capito quanto Leopardi stava male soltanto quando ho saputo che si faceva tagliare la carne dal padre, perché i coltelli gli mettevano ansia o roba simile. Sul serio, gli ho voluto un sacco di bene, da voglia di abbracciarlo.

Lavorando coi ragazzi mi è capitato di riconoscere nei loro occhi della curiosità proprio quando mi trovavo a raccontargli di aneddoti che vanno al di là della serietà dei manuali. E ci sono poche cose più belle di un bambino, adolescente, adulto curioso.

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Bene, veniamo alle bugie del Petrarca. Ve lo avevo promesso. Chi ha studiato bene la letteratura italiana sarà spesso inciampato nella mania dei più grandi poeti di veder riconosciuto nel proprio percorso biografico una simbologia ben chiara, un segno inequivocabile del loro destino letterario. I poeti sono delle persone molto piene di sé, e in questo sono adorabili. Per trovare una simbologia da utilizzare nelle loro opere sarebbero disposti a tutto, persino a stravolgere i fatti storici.

Accadde che Petrarca, appreso della morte di Laura, si affrettò ad annotare poche righe sul suo codice virgiliano (non propriamente il primo codice che uno si trova sotto mano):

Laura, illustre per le sue virtù e lungamente celebrata nelle mie poesie, apparve per la prima volta ai miei occhi al principio della mia adolescenza, l’anno del Signore 1327, il sei di aprile nella Chiesa di Santa Chiara in Avignone, di prima mattina; e nella stessa città, nello stesso mese d’aprile, nella stessa ora prima del giorno sei dell’anno 1348, la luce della sua vita è stata sottratta alla luce del giorno.

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RVF di Petrarca, Antonio Grifo, 1470, Biblioteca Civica Queriniana di Brescia.

Tutto molto bello e romantico, anche se altamente improbabile. Su questo punto purtroppo non si pone mai abbastanza l’accento e finisce che a scuola (e su Wikipedia) si dia per scontato che Laura sia realmente morta in quella data (e addirittura ora del giorno!). Vogliamo andare oltre e distruggere il nostro caro Francesco?

Per alcuni critici, Laura non sarebbe mai nemmeno esistita. Un vero e proprio espediente poetico, una musa senza una vera storia attorno. Quella che oggi accettiamo come l’identificazione con Laura de Noves, infatti, viene proposta dal Petrarca stesso, che in una lettera fornisce l’identità di Laura per difendersi dalle accuse e dalle prese in giro dell’amico Giacomo Colonna, il quale si mostrava scettico sulla reale esistenza della donna (ficta carmina, simulata suspiria).

E a chi non verrebbero i dubbi.

 

Leggere poesia significa anche questo: fare un esercizio di fiducia, volere bene ai nostri poeti per come sono, con le loro manie.

ps. E con questo ho inaugurato la nuova rubrica “Cose che non sapevi di voler sapere”, che sembra il titolo di un film di Maccio Capatonda.

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La fides: amarti come un ladro

Quando taci, quando chiudi a chiave i tuoi demoni, quando ti giri dall’altra parte del letto, ti sei mai chiesto cosa mi stai facendo?

Quando parlo di fiducia, sto pensando anche alla fides e alla fede. Dividiamo le persone che conosciamo in due gruppi: persone che meritano la nostra fiducia e persone che rimangono fuori da un certo recinto che preclude un lato molto intimo di noi.

Meglio dare fiducia e, quindi, affidarsi a pochi individui. Anche uno solo.

A chi amo do la mia fiducia, la fides (lealtà, ma molto di più) e la mia fede più totale. Un po’ come dare in mano a qualcuno una chiave in grado di distruggerti. Da chi amo pretendo fiducia, fides e la sua fede. Il che diventa complicato quando l’altra persona non crede a niente, ma questo è un discorso a parte.

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Allora, cosa succede quando apriamo la nostra anima a qualcuno, quando gli permettiamo di oltrepassare il recinto? è un po’ come mettersi a costruire una strada tra i nostri cuori, una connessione privilegiata che ci permette di correre dall’altro, affacciarsi dentro e guardare se è tutto a posto. E no, non è mai tutto a posto.

Ma. C’è un ma, sì. Quanto è pericoloso? Tantissimo. Capisco che tu non voglia farti sbirciare dentro, che mi tenga lontana, che abbia paura di ciò che possa farci con tutto quel caos che ti uccide pian piano. Perché sì, succede che a volte qualcuno se ne approfitti, ed entri a farsi un giro dentro di noi coi piedi ancora sporchi di terra. Succede che a volte veda qualcosa e decida di rubarcelo, e portarcelo via. Succede che vada a raccontare in giro ciò che nascondiamo.

Che faccio, chiudo tutto e butto la chiave?

Sai, è un po’ come far vincere il buio. Perché a volte è bene lasciare che qualcuno si faccia i fatti nostri, che ci ascolti, che si spaventi, che ci alzi da terra, che ci dia un ceffone, che dia una ripulita a quel casino che portiamo appresso, che apra le finestre. Per quanto ce ne vergogniamo, per quanto faccia male.

Ti ho dato la mia fiducia, la mia fides e pure la mia fede, senza paura che la giudicassi. E sì, pretendo lo stesso da te. Se c’è una bomba che mi stai nascondendo, la disinnescherò mentre sei distratto, e poi. Poi veglierò su di te mentre dormi, ti terrò d’occhio mentre sei lontano, tapperò i buchi di fronte a te mentre cammini di fretta.

A volte amare è un lavoro da ladri.

(Ma con te, è bellissimo).

 

(Consigli per gli ascolti: Je vais t’amer – Michel Sardou (o la versione di Louane per gli amanti delle commedie francesi)).

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Cosa sei disposto a perdere?

Circa cinque anni fa avevo un motto: se voglio, vendo anche l’anima. Lo dicevo con una tale convinzione che dovevate sentirmi! Era il pezzo di una triste canzone punk, una tra i pochi ricordi rimasti del liceo e di quella brutta fase della vita chiamata adolescenza (Perché noi non sapremo mai se quello che abbiamo è giusto, però non lo so, per sognare cosa sei disposto a perdere?). La gridavamo con veemenza sotto qualche palco di una festa della birra di paese, che fosse estate o inverno nulla ci fermava.

Loro, i miei compagni, i miei amici, ubriachi fino all’ultima goccia di decenza, con le magliettone nere da metallari, slavate con su teschi e borchie ovunque. Io, che sono sempre la radical chic, quella nata nel posto e nella famiglia sbagliata, ero astemia per scelta e mi distinguevo in quanto vestita bene, come vorrebbe nonna. E con sempre addosso qualcosa di rosso.

Se voglio, vendo anche l’anima. Lo dicevo per esorcizzare, perché la verità è che avevo una tale paura da non avercela neppure più un’anima.

Ma loro, gli amici ubriachi, mica lo sapevano. Che avevo paura, una paura matta.

Tanta paura di tutto, della mia testa, di rimanere in quel porcile, di un’università che non mi avrebbe dato un futuro, che non avrei mai combinato nulla di buono o importante nella mia vita. Avevo paura di fidarmi ancora, e di essere tradita dalle persone che più amavo.

Ma, ehi, ora che più o meno tutto ciò di cui avevo paura è successo, mi accorgo che l’unica cosa rimasta ben salda in me in questi anni è l’anima.

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Se ne vanno gli amici, se ne vanno gli amori sbagliati, se ne vanno i periodi brutti, se ne vanno le feste di paese e… Se ne vanno persino le paure.

E ora, D., cosa sei disposta a perdere per sognare? Cosa per realizzare ciò che vuoi essere? Se qualche anno mi gonfiavo il petto, dicendo tronfia “tutto, persino l’anima”, ora ne sono sicura: niente. Non serve che rinunci a nulla per realizzare i miei sogni, soprattutto all’anima. Si possono avere entrambe le cose.

Se voglio vendo anche l’anima, se voglio la venderò.

La forza stava in questo: se voglio. E no, non voglio proprio.

 

(Comunque, che la me di anni fa era sconsiderata, ve lo avevo già detto in Alla me di 7 anni fa.   –> Consigli per gli ascolti: James Bay – Hold back the river)