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Perché Il Piccolo Principe ha avuto (e avrà) tanto successo

Ultimamente va un sacco di moda scagliarsi contro Il Piccolo Principe. Va benissimo, ci mancherebbe, ci sono mode più deleterie come quella dei risvoltini. Ecco, però una cosa che non posso accettare è che si dica che tutti quelli che la pensano diversamente non hanno un cervello. O, peggio, che non leggano libri. La logica sarebbe quella per cui “Se qualcuno ama Il Piccolo Principe è perché evidentemente non ha mai letto nulla” (copio il commento FB di un utente).

Se esiste storicamente la figura del critico letterario c’è una ragione. Internet ci ha fatto credere di poter dire tutto quello che pensiamo, che la disintermediazione sia sintomo di progresso, che la politica sia materia alla portata di tutti. Quando sento qualcuno sparare un sacco di fesserie su un libro, mi viene voglia di prendere quel pezzo di carta che è la mia laurea e di gettarlo al vento alla mercé degli uccelli. Il fatto è che io non vengo a parlarvi di ingegneria biomedica, a proporvi cure miracolose per le malattie, io non mi permetterei mai di dirvi come si costruisce qualcosa. (Per quest’ultima cosa, ad esempio, esistono delle professioni specializzate, delle figure ben precise: gli anziani che supervisionano i cantieri).

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Quindi, quando un giornalista del Fatto Quotidiano (e non mi dilungherò né a dirvi cosa penso di tale giornale, né a parlarvi del concetto di “giornalista” oggi) scrive un articolo chiedendosi perché mai un libro come Il Piccolo Principe abbia avuto e abbia tuttora un successo così stratosferico, mi cadono le braccia. (Sopravvalutato, banale!). Risponderò a questa domanda, anche se voleva essere retorica.

Il succo del discorso sarà: Il Piccolo Principe “è un testo poetico che riesce a condensare e contemporaneamente ad aprire a realtà simboliche complesse” (parole bellissime di Angela Prestifilippi, esperta di ermeneutica simbolica).

Il Piccolo Principe: perché tanto successo?

  • 1. Il linguaggio semplice

Il centro tematico più famoso del libro è quello della cura, nel senso latino del termine. Prendersi cura di qualcosa o di qualcuno significa preoccuparsi per quella cosa/persona. E, in questo, senso Il Piccolo Principe è un racconto che vuole educare al sentimento, all’interfacciarsi con l’altro: non sarà certo un caso che il linguaggio utilizzato sia semplice, piano, che ogni concetto sia supportato e accompagnato da immagini e metafore comprensibili, che persino il pensiero più semplice venga ripetuto alla nausea, ripreso a poche pagine di distanza. Perché sì, queste sono le caratteristiche tipiche di un testo scolastico, perché quel linguaggio è quello che va adottato quando si insegna. Dirò di più: quando si educa.

(Fare l’educatrice mi ha insegnato una tra le cose più utili di sempre: ricordarmi di considerare l’interlocutore, se necessario abbassare il livello del mio linguaggio, trovare dei punti di accordo che possano rendere più accessibile un ragionamento complesso. Insomma, se vuoi spiegare le frazioni a un ragazzino discalculico, poche balle, devi pensare a cosa gli piace, inventare metafore ardite, finire a parlare di torte al cioccolato o degli One Direction. Sì, persino questo).

Ecco, se vuoi educare al sentimento e vuoi che il tuo testo abbia un carattere di universalità, allora dovrai utilizzare dei termini di paragone validi ovunque e validi sempre: un bambino, un animale, un fiore.

  • 2.  “Una favola semiologica”: la lettura stratificata

La chiave di lettura del Piccolo Principe ci viene data nel primo capitolo, quello del cappello e del serpente per intenderci. L’autore non è uno stupido a cui piace scrivere libri di citazioni utilizzabili ovunque, dai muri dei bagni dell’autogrill ai baci Perugina, ma soprattutto da aggiungere sotto ai vostri selfie con la duck face.

La storia si presenta come quella di un bambino un po’ tonto alle prese coi suoi piccoli problemi di cuore (il cappello, insomma), ma ciò a cui l’autore vuole che arriviamo è la storia che sta dietro a una prima lettura semplicistica (il serpente che ha mangiato un elefante). Insomma, la riflessione generale sulla struttura del segno linguistico nel primo capitolo dovrebbe veicolare il lettore verso una lettura simbolica del testo che segue. È un po’ come se Antoine ci stesse suggerendo di proseguire con occhi nuovi, e chi vuole intendere intenda.

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  • 3. Una storia universale

Dall’Odissea in avanti il tema del viaggio è uno dei più affrontati e declinati nella letteratura. Il viaggio è metafora della vita, del cambiamento, della conoscenza. Se il Piccolo Principe non fosse partito, niente storia. Ma il Piccolo Principe deve partire, deve andarsene di casa, lontano dai confini di ciò che già conosce. È la storia di ogni essere umano che, suo malgrado, deve crescere e maturare, deve affacciarsi al mondo reale, ma soprattutto deve fare esperienza se vuole conoscere. Partire è necessario, quanto mutare è vitale. (Fermi ci stanno soltanto i morti).

E che è necessario, che è nella nostra natura, ce lo racconta uno tra i miti più longevi di sempre: quello dell’albero della conoscenza del bene e del male nell’Eden, quello dell’istinto a infrangere. È un viaggio conoscitivo che porta al dolore, certo, come quello di Ulisse raccontato nel XXVI dell’Inferno (fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguire virtute e canoscenza). Celebrato spesso come eroe umanista, Dante però lo ficca nel fondo dell’Inferno e su questo non ci sono dubbi: sbagliare comporta sofferenza, dolore.

Dall’altra parte, c’è il viaggio più difficile, quello in salita. Sacrificio, abbandono e fiducia completa, rinuncia ai propri egoismi. E qui parliamo di Dante e del suo viaggio, verso l’alto, ispirato da una catena discendente d’amore (tre donne salvano il poeta dal periodo buio della sua vita: la Madonna, Santa Lucia e Beatrice): Dante ci si affida allungando una mano, lasciandosi trascinare. Ecco, il Piccolo Principe vive entrambi i viaggi in questo libro: quello di conoscenza oltre le colonne d’Ercole e quello di una conoscenza più profonda e duratura, che intraprenderà con una misura estrema ma essenziale. È necessario sacrificare se stessi, è necessario mettersi nelle mani di un altro: per arrivare alla rosa (guarda caso, un viaggio verso l’alto), il Piccolo Principe abbraccia il suicidio.

  • 4. Ermeneutica simbolica in una “favola per bambini”?

Arriviamo al punto importante della questione: Il Piccolo Principe non è propriamente una favola per bambini. È complesso, è difficile, è intriso di rimandi fitti delle Sacre Scritture. Mi sorprende ancora che nessuno ne abbia fatto uno studio decente, ma mi sono ripromessa che è una di quelle cose che farò nella vita. Il Piccolo Principe non parla soltanto di amore, ma di Amore. È una storia mistica e la sua credibilità si fonda tutta su quella sospensione di giudizio che l’aviatore-autore ci chiede fin dall’inizio e fino all’ultima pagina: le sentiamo ridere le stelle? È una questione di Fede.

E il parallelo Cristo-Piccolo Principe è presente in tutta la storia: la ricerca di un pozzo nel deserto, de “l’eau vive” (in Giovanni 4, 10-14), il difficile addio prima del suicidio che ricorda la scena del Getsemani, fino al corpo del bambino che non viene più trovato (e vuoto è pure il sepolcro di Cristo). Il Piccolo Principe aveva uno scopo: quello di salvare l’aviatore (perso nel suo deserto-selva oscura), così come Cristo viene mandato sulla terra per salvare l’Uomo.

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E, infine, la rosa. Per la maggior parte dei critici è la figura femminile, la donna amata dal poeta. Certo, quello e molto altro probabilmente. Io, ad esempio, non riesco a non pensare ogni volta a cosa mette Dante al centro del Paradiso: una rosa (la Candida Rosa). Lì risiede la beatitudine, la pace, la completezza. E la rosa è il simbolo mariano per eccellenza. Credo che l’autore avesse ben presente tutte queste cose, credo che le abbia messe tutte assieme alla portata della nostra comprensione, tessendole in modo mirabile nella trama. E mi azzardo a dire che volesse dirci questo: il Piccolo Principe ha scelto, si lascerà trasportare verso l’alto, così come avviene in Paradiso dove si sale di livello lasciandosi elevare dalla luce dell’Amore (d’altronde, il suo “non era un corpo molto pesante”)

(E non ditemi che Antoine non aveva in mente proprio Dante quando scriveva “E cadde dolcemente come cade un albero”).

 

Conclusione: perché Il Piccolo Principe è un libro di successo e lo sarà sempre?

Perché è una storia semplice, semplicissima, che apre a più livelli di comprensione. Una complessità tale che forse non l’ha davvero capita nessuno, né quelli che la osannano né tantomeno quelli che la odiano. Non l’hanno capita soprattutto i giornalisti che seguono le mode degli haters e degli hipster, né io probabilmente. Ma rimane geniale e Antoine de Saint-Exupéry pure, e andrebbe letta ai bambini, ai lettori che verranno, insieme a Pinocchio, a Mary Poppins, al GGG, alla Fabbrica di cioccolato, ad Abbaiare stanca, a Peter Pan…

Questo è il punto. Fare leggere storie che educhino a essere adulti visionari, di cuore, coraggiosi, leali, a prendersi cura degli altri, a essere responsabili, ad accettare la sofferenza come parte di sé. A essere futuri lettori, pace.

 

 

PS: Io ho letto Il Piccolo Principe più di 100 volte nella mia vita, e non me ne vergognerò mai.

(Alcune fonti e letture interessanti nei commenti).

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Petrarca era un bugiardo

Vi ricordate di quando scrissi un post su come le persone assomiglino ai manoscritti? (Lo trovate qui: Dei manoscritti, e delle loro storie). Beh vi avevo detto che forse un giorno vi avrei parlato del Petrarca, ma ho deciso di fare di più.

Ho deciso che man mano vi scriverò delle cazzate che hanno fatto la storia. Ciò che ci insegnano a scuola è tutto molto bello, certo, ma alle volte dovrebbero raccontarci qualcosa che va un po’ al di là delle etichette e definizioni. Per intenderci, io ho capito quanto Leopardi stava male soltanto quando ho saputo che si faceva tagliare la carne dal padre, perché i coltelli gli mettevano ansia o roba simile. Sul serio, gli ho voluto un sacco di bene, da voglia di abbracciarlo.

Lavorando coi ragazzi mi è capitato di riconoscere nei loro occhi della curiosità proprio quando mi trovavo a raccontargli di aneddoti che vanno al di là della serietà dei manuali. E ci sono poche cose più belle di un bambino, adolescente, adulto curioso.

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Bene, veniamo alle bugie del Petrarca. Ve lo avevo promesso. Chi ha studiato bene la letteratura italiana sarà spesso inciampato nella mania dei più grandi poeti di veder riconosciuto nel proprio percorso biografico una simbologia ben chiara, un segno inequivocabile del loro destino letterario. I poeti sono delle persone molto piene di sé, e in questo sono adorabili. Per trovare una simbologia da utilizzare nelle loro opere sarebbero disposti a tutto, persino a stravolgere i fatti storici.

Accadde che Petrarca, appreso della morte di Laura, si affrettò ad annotare poche righe sul suo codice virgiliano (non propriamente il primo codice che uno si trova sotto mano):

Laura, illustre per le sue virtù e lungamente celebrata nelle mie poesie, apparve per la prima volta ai miei occhi al principio della mia adolescenza, l’anno del Signore 1327, il sei di aprile nella Chiesa di Santa Chiara in Avignone, di prima mattina; e nella stessa città, nello stesso mese d’aprile, nella stessa ora prima del giorno sei dell’anno 1348, la luce della sua vita è stata sottratta alla luce del giorno.

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RVF di Petrarca, Antonio Grifo, 1470, Biblioteca Civica Queriniana di Brescia.

Tutto molto bello e romantico, anche se altamente improbabile. Su questo punto purtroppo non si pone mai abbastanza l’accento e finisce che a scuola (e su Wikipedia) si dia per scontato che Laura sia realmente morta in quella data (e addirittura ora del giorno!). Vogliamo andare oltre e distruggere il nostro caro Francesco?

Per alcuni critici, Laura non sarebbe mai nemmeno esistita. Un vero e proprio espediente poetico, una musa senza una vera storia attorno. Quella che oggi accettiamo come l’identificazione con Laura de Noves, infatti, viene proposta dal Petrarca stesso, che in una lettera fornisce l’identità di Laura per difendersi dalle accuse e dalle prese in giro dell’amico Giacomo Colonna, il quale si mostrava scettico sulla reale esistenza della donna (ficta carmina, simulata suspiria).

E a chi non verrebbero i dubbi.

 

Leggere poesia significa anche questo: fare un esercizio di fiducia, volere bene ai nostri poeti per come sono, con le loro manie.

ps. E con questo ho inaugurato la nuova rubrica “Cose che non sapevi di voler sapere”, che sembra il titolo di un film di Maccio Capatonda.

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Piccole soddisfazioni

Vi ricordate che due mesetti fa vi ho detto che avrei iniziato a scrivere qualcosa per i bambini? (ve l’ho detto tipo QUI). Beh, 120 mila battute dopo, 20 mila parole dopo, tante notti dopo, ho finito qualcosa di bello.

C’è un metodo che uso da anni per farmi valutare: utilizzare il giudizio di chi ne è fuori, di chi NON è lettore. Mi spiego: io sono per l’arte per tutti, quella che sa far emozionare. Ben venga l’arte concettuale e che richiede un certo gusto, ma non è ciò che voglio fare io.

Avete presente l’inizio de “Il nome della rosa”? Quella lunghissima pippa sulle erbe medicinali e non so altro. Eco, in seguito al successo del romanzo, ammise di avere scritto quelle 40 pagine per scremare il pubblico di lettori. Il risultato? Le classi di Liceo che si beccano un tomo simile come lettura estiva, scoraggiati da quelle pagine, finiscono con lo scaricare la trama da internet o col guardarsi il film.

Ecco, caro Eco, non sono d’accordo con te. E probabilmente ora mi maledirai, perché quando do quel libro da leggere ai sedicenni che seguo, dico loro: “Se ti è difficile l’inizio, saltalo, tanto non è importante”. Perché ci tengo che lo finiscano! Perché voglio che capiscano cos’è il Medioevo e il tuo libro mi è necessario. Altrimenti finisce che arrivano a 30 anni e dicono aberrazioni come “Si è tornati alla caccia alle streghe del Medioevo”.

bambini scrivere

Io sono più per la filosofia di Calvino o quella di Schulz. Ecco, a proposito si Schulz: i manoscritti di Snoopy: “Lei è un pessimo scrittore. Perché ci disturba?”, “Ci lasci stare. Sparisca. Crepi.” ECCO! Io ho bisogno di una risposta così: se ho fatto un lavoro pessimo, ho bisogno che me lo si dica fin da subito.

E non c’è nessuno più sincero del non-lettore, di quella persona che si muove a comprare un libro soltanto una o due volte all’anno. Quelli, insomma, che lo leggono tutto se e solo se il gioco vale la candela.

Detto ciò, l’ho fatto leggere a due non lettori che uso da anni (una è mia madre). E sono riuscita a farli ridere, commuovere, riflettere, “Tu sai fare emozionare”. Bene. Non importa se non lo leggerà più nessun’altro, ho fatto piangere due persone, ho fatto leggere un libro a due non-lettori. Spacco.

 

Consigli per gli ascolti: “Clint Eastwood” – Gorillaz

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Dei manoscritti, e delle loro storie

Chi mi conosce un po’ sa bene che ho una passione per le cose vecchie, quelle consumate che raccontano una storia. Altrimenti, mica sarei filologa, no?

Ma, ecco, le persone sono come i manoscritti. Semplificando alla grossa, vi dico, ce ne sono di tre tipi:

  1. Il caos, la tribolazione

Quelli fitti fitti, a volte persino senza spazi tra le parole, in cui glosse e note tra le righe riempiono ogni spazio libero. Qui capita allora di trovare un testo di base, e poi il commento al testo di Tizio, e poi le note al commento del proprietario del manoscritto e. Insomma, un vero caos, non vi dico quando il ms passa in mano a più persone nei secoli.

2. Il ms del buon universitario

Quelli belli ordinati e organizzati, con tanto di rientri e particolari segnature, talvolta alternate nel colore, o capolettera a distinguere i paragrafi. Il testo spesso è organizzato in due colonne sulla pagina. Di solito, questi sono manoscritti più tardi, creati spesso per agevolare lo studio universitario. Insomma, in questo caso, l’organizzazione dello spazio tipografico è in servizio della forma mentis umana, della nostra predisposizione a numerare, fare delle liste, organizzare in elenchi puntati.

3. Il pezzo da collezione

Quelli che servono a dare prestigio. Qui non ci si fa mica il problema di consumare la pergamena, allora spesso il testo si dispone in una sola elegante colonna, con tanti capolettera e miniature che adornano le pagine. Non troverete note personali, è già tanto se venivano aperti per essere mostrati.

 

Ecco, da amante anche dell’arte, io vado in estasi per le miniature finissime di certi manoscritti, quindi considero i manoscritti di tipo 3 una meraviglia. Però, provate a prendere in mano un manoscritto vissuto davvero, e non da collezione. La prima volta che io l’ho fatto, ormai anni fa, mi sono detta: D., questa emozione vale tutto, il tuo percorso di studio insensato, le difficoltà che troverai dopo l’Università. Ho fatto una cosa che la maggior parte delle persone non farà mai: ho studiato le carte a cui altre mani hanno dato vita, ho scovato i pensieri di uomini vissuti secoli fa.

E sapete cosa ho scoperto? Che l’umanità non cambia, che crediamo di essere avanti dicendo frasi come “non siamo più nel Medioevo”, che abbiamo questa brutta tendenza a deprecare ciò che c’è stato e chi ha fatto la storia. Pensiamo sempre di essere l’avanguardia, il periodo storico che farà la differenza.

(Lo pensavano anche loro).

E, invece, cadiamo negli stessi sbagli di chi ci ha preceduto, soltanto perché hanno un nome diverso. Sono i manoscritti a raccontarmelo, ma i manoscritti sono le persone che lo hanno copiato, confezionato, venduto, letto e interpretato, riempito di note e pensieri che non c’entrano nulla. Come quando Petrarca, apprendendo la morte di Laura, annotò la data e l’ora sul codice virgiliano che aveva per le mani. Ma di questo forse, vi parlerò un’altra volta.

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Il poeta russo Alexander Pushkin spesso abbozzava i suoi personaggi, di fianco a delle descrizioni degli stessi. Un promemoria.

Riassumendo =

ps. Tutto questa pappardella per dire che il manoscritto del 3 tipo, quello da collezione, è un po’ come il profilo social di certe persone: tutto molto figo eh, ma non è vero. Invece, non c’è niente di più bello di lavorare su un manoscritto/persona del primo tipo, quello incasinato, sì, quello scritto a più mani, senza spazi, con note e glosse apposte in diverse fasi. Con disegnini, indovinelli, e chissà che non spunti pure una lista della spesa.

 

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Di solito non faccio ‘ste cose, ma.

Di solito non rispondo a nomine da parte di altri blog o cose simili. Ma se è per questo non rispondo neanche ai messaggi su WhatsApp dei miei amici, quindi. Nonostante questo mio disturbante e spinoso lato della personalità, questa volta ringrazio per la nomina Cuore di cactus, anche perché questa mini-intervista librosa mi ha catturata. 🙂

Dunque, iniziamo:

Il primo libro nella tua collezione/Il tuo ultimo acquisto

Il primo libro che mi sono comprata di mia iniziativa è “Abbaiare stanca” di Pennac, in una giallognola edizione della Salani. Avevo 6 anni, paghetta alla mano.

Un romanzo distopico di Philip Dick, forse “Redenzione immorale”, ma non ricordo.

Un libro con un protagonista maschile/Un libro con una protagonista femminile

Facciamo entrambe le cose: “Middlesex”, Jeffrey Eugenides e il suo Pulitzer strameritato.

Un libro che hai letto velocemente / Un libro-mattone

Un “Harry Potter” qualunque, per i quali stavo apposta a casa da scuola, oppure un “Peggy Sue et les fantômes” a caso. (Sì, ho un debole per la letteratura per l’infanzia).
“Il rosso e il nero” di Stendhal, un bel mattoncino.

Una cover bella / Una cover brutta

“Cover” non si può sentire. Comunque direi:

Un libro italiano / Un libro straniero

“Una questione privata”, Beppe Fenoglio. ❤ ❤

“La sottile linea scura”, Joe R. Lansdale. ❤

Un libro che ti ha resa felice / Un libro che ti ha resa triste

Felice nessuno. Triste, tristissima: “Venuto al mondo”, Margaret Mazzantini.

I libri sono come gli uomini, ti rendono tante cose, ma mai felice. (Perlomeno quelli che colleziono io, parlo di libri eh). Ed è per questo che non riesco a farne a meno.

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Quando Pornhub non c’era: letteratura erotica nel ‘900

Seicappelli

Si parla sempre più spesso di letteratura erotica: fa vendite pazzesche e rappresenta alcuni dei fenomeni editoriali più controversi degli ultimi anni, eppure al contempo suscita dibattiti e diatribe accese. Il fatto è che il lettore tradizionale tende sempre a storcere un po’ il naso di fronte a libri dal successo facile soltanto perché parlano di sesso.

Non è questo il luogo adatto per tifare una delle due parti. Piuttosto, voglio oggi presentarvi quegli autori che hanno costruito il canone della letteratura erotica nel Novecento, quei romanzi che hanno acceso le menti e la fantasia dei nostri nonni, quando internet non c’era e il potere dell’immagine era molto minore: nell’epoca delle calze nere di sesso si doveva soprattutto parlare. LORO lo facevano piuttosto bene, chi in PROSA e chi in POESIA:

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LETTERATURA EROTICA – PROSA

  • Anais Nin

Sarò di parte, ma sono certa che troverò molti a darmi…

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