Qualcuno trovi quel teschio. Storia del Petrarca post-mortem

Ho un’amica che nelle nostre gite e viaggi insieme mi promette sempre tour a tema letterario e poi, zitta zitta, ogni volta finisce col portarmi al cimitero. Come darle torto? Qui c’è la tomba di Poeta importantissimo del XV secolo, qui di Artista visionario morto per accoltellamento, qui quella di Nobildonna che mantenne e intrecciò una relazione sessuale con squattrinato poetuncolo.

La cosa, dirò, mi diverte, quanto il fatto che sia proprio lei ad avermi raccontato della complicata vicenda attorno ai resti di Francesco Petrarca (di cui in passato ho già avuto modo di parlare, QUI). Resti che ci sono giunti un po’ sì e un po’ no, malandati, trafugati, spostati. È il settimo centenario dalla nascita del poeta, nel 2004, quando la cosa salta fuori: tipo che aprendo la bara ci si accorge che quel cranio è troppo piccolo per essere un cranio maschile, specie se si considera che Petrarca era un omone sulla via dell’obesità. E le analisi non hanno fatto che confermare. Ma dov’è allora il vero cranio di Petrarca, e quelle altre quattro o cinque ossa? Andiamo con ordine.

 

19 luglio 1374

Il poeta, dopo averci parlato di morte in tutte le salse per anni – la morte degli altri, la morte di Laura, la morte tanto agognata come fine delle sofferenze e delle tentazioni terrene -, nel 1374 muore davvero. Il giorno dopo avrebbe compiuto settant’anni, tondi tondi. Da cinque anni Petrarca risiede tra Arquà e Padova, dove gli è stata data un’abitazione canonicale. È notte, quando viene colpito da una sincope e, secondo la leggenda, sta esaminando un amato manoscritto del Virgilio, nel modo in cui lui auspicava di passar a miglior vita.

È il 1380 quando il genero, fregandosene amabilmente delle volontà testamentarie del suocero, trasla le spoglie del poeta dalla sepoltura più discreta e umile all’interno della chiesa parrocchiale di Arquà a un’arca di marmo a fianco della stessa chiesa. Una cosa poco pacchiana, proprio. Sarà solo il primo dei suoi traslochi.

Collage surreale con un teschio e uno scheletro che analizza un insetto.

27 maggio 1380. Un frate dalle mani lunghe

Due secoli dopo dev’essere ormai passata la moda dei frati che vendono finte reliquie, come ci aveva ben raccontato il buon Boccaccio col ritratto impietoso di fra Cipolla nel Decameron, visto che a fine XVII secolo si traffica ben altro. È, infatti, una notte del 1630 quando frate Tommaso Martinelli da Portogruaro riesce a penetrare il marmo dell’arca e a trafugare almeno le ossa dell’avambraccio destro di Petrarca. Con quelle ci ha scritto il Rerum vulgarium fragmenta, si sarà detto il frate con velleità di scrittore o di portafoglio. Tant’é che, beccato dalla polizia veneziana dell’epoca, fra Tommaso viene punito con l’esilio, ma delle ossa non si saprà più niente.

 

1873. Essere o non essere

Eccoci in piena euforia scientifica, si aprano le tombe per fare analisi, forza. E allora nel 1843, in occasione di un restauro alla tomba, il professor Meneghelli è incaricato di prelevare una costola e farci chissà cosa. Se la tiene per due annetti a casa sua e poi la riseppellisce col resto dello scheletro. Fin qui, tutto bene, se pensiamo che soltanto trent’anni dopo al professor Canestrini va un pochetto peggio. Il 6 dicembre 1873, infatti, il cranio del Petrarca si sbriciola letteralmente nelle mani del docente. Ehi, tutto bene! O così perlomeno dice l’equipe di studiosi, confermando di essere stati in grado di ricostruire il cranio. Sai, un po’ di colla vinilica, forbici arrotondate, e l’Art Attack è belle che fatto.

 

1943. Col morto in vacanza sulla laguna

L’Italia è in guerra, i bombardamenti imperversano un po’ ovunque e, allora, si decide di mettere in salvo anche i resti del poeta, che viene portato a Venezia. Rimase lì per tre anni, fino alla fin della guerra, nei sotterranei di Palazzo Ducale. Nel 1946 venne riportato ad Arquà.

 

2004. Festa in “tomba” magna

Sei secoli di te, si deve festeggiare, Francé. E così, si apra un’altra volta la tomba, neanche il Petrarca fosse un santo di cui verificare l’integrità. Questa volta a capo dell’indagine, i due studiosi Carminelli e Terribile (come la verità che dovevano scoprire), incaricati tra l’altro di fare un calco al cranio per poter ricostruire digitalmente il volto del poeta. Una figata, insomma. E io me li vedo, tutti intenti a tirarsela mentre aprono l’arca, e poi… Non vi sembra troppo piccolo quel cranio? Insomma, si prelevano campioni, si mandano dall’altra parte dell’Oceano, si aspettano mesi e, sì, siamo di fronte a un teschio femminile databile 1134-1280. Neanche poteva averlo conosciuto il Petrarca, che almeno fosse vissuta cinquant’anni più tardi ci avremmo potuto infarcire su una bella storia di amore e morte. Ma no.

Però, rincuoratevi! Invece, le costole sono sue! Tanto che portano i segni del famoso calcio che Petrarca ricette da un cavallo nel 1350, mentre era in viaggio per Roma in occasione del Giubileo. E il cranio? Be’.

Chi può dirlo! L’ipotesi che mi è più cara è quella della sostituzione del cranio avvenuta nel 1873, per ovviare al “problema” dello sbriciolamento. Peccato, perché adesso forse avremmo potuto ricostruirlo. Secondo altre ipotesi, il cranio fu trafugato durante il soggiorno veneziano, magari da qualche gerarca col pallino per la letteratura.

Povero Petrarca, che non faceva che paragonare la morte alla pace, dopo una vita di sofferenze. L’avesse saputo prima forse, nonostante il dettame cristiano, avrebbe preferito farsi cremare.

 

Qui mi permetto di consigliarti altre curiosità storiche: spulcia i miei post di “Cose che non sapevi di voler sapere”.

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