Il fascino torbido della provincia d’estate

Eccola, la stagione che mi ammattisce il cervello e il cuore. La stagione in cui gli aspiranti copy della provincia si lanciano in argute locandine che promuovono i campi estivi di paese. Tutti al medesimo grido di: e…state! (E bando alla creatività).

D’estate partono le diete dell’ultimo minuto, aprono quattro nuove gelaterie in duecento metri, compaiono i tedeschi sul lago Maggiore con le loro schiene ustionate sotto le canotte bianche, e io mi prometto ogni volta di non innamorarmi mai più.

Lo so, sono scomparsa. Lo so, ogni volta decido di dare una svolta a questo blog e di dargli una fisionomia unitaria, una parvenza di “so ciò che sto facendo”. Ma io non lo so, quello che sto facendo. Vi sembra? A giorni alterni controllo la disponibilità di uno psicologo o di un dietologo a Milano per un primo appuntamento valutativo, lo faccio da mesi (senza mai prenotare) e già sento di stare meglio. E forse, va bene così. Sempre a giorni alterni decido di dire addio alla persona per cui provo qualcosa (qualcosa? tutto), sparisco per poi ritornare, ritorno per poi fustigarmi le spalle e dire ciao di nuovo. Nel frattempo progetto il futuro con un altro, mi giustifico con citazioni da Vicky Cristina Barcellona o da The dreamers, di notte sogno di farmi qualcun altro ancora, specie se assomiglia a Javier Bardem. Do buca poi, a tutti, con una frequenza da far paura. E senza usare più scuse! Anzi, basta un: no, sono triste oggi.

Collage di due donne in costume su una pillola di prozac con uno sfondo di fiori estivi

E poi scappo dalla provincia, ma ci ritorno sempre. Dico: ah, la piccolezza della provincia di Novara, le zanzare e l’afa, le persone di mentalità stretta, vecchia. Ma poi ci torno, quasi ogni weekend, perché qui c’è casa. C’è il verde (mi sorprende ogni volta essere violentata dalla forza di tutto questo verde, dall’odore di gelsomino, di glicine, di campo appena girato), c’è la Festa dell’Umidità con le magliette rosse mai stirate, i panini alla salamella e il tapulone, i gruppi cover di altri gruppi cover.

Tutto così tanto scadente, da essere attrattivo. Non è da questa medesima matrice che parte il fascino del kitsch?

Qui si fa il bagno al lago al sabato, e l’acqua è così stupendamente fredda che quando esci ti sembra di aver perso l’uso degli arti. Qui c’è la mamma che non sopporto al telefono nemmeno cinque minuti quando sono via, ma che a casa ascolto per ore sbuffando davanti a tutto quel cibo che mi mette davanti.

Qui c’è un posto davvero bellissimo dove allevare un bambino, un posto in cui per me è stato davvero terribile crescere.

Non c’è la musica jazz, non gli appuntamenti d’autore, le presentazioni dei libri, il cibo di posti esoticissimi, i pomeriggi con le nuove amiche in libreria, le mostre e tutta l’arte che mi fa da ossigeno.

E allora perché ci torno? Forse per gli occhi tristi di quel ragazzo che ho amato come nessuno dieci anni fa, che ora mi abbraccia come il più adorato tra i fratelli. Per le chiacchiere inutili con persone che mi hanno svoltata dritta e poi rovescia un sacco di volte. Per i pettegolezzi su quel tipo che faceva la seconda C quando noi facevamo la quinta. Perché quella coppia di brutti che ora si sposa, e: hai visto che si stanno sposando tutti? Tutti tranne noi, e ne ridiamo.

immagine decorativa di separazione raffigurante un seme di fiore

Perché continuo a tornare da persone con cui non ho condiviso nulla degli ultimi dieci anni? Pensavo che, ma no. O forse sì, forse è così.

Pensavo che sto così bene quando sto con loro perché non ho mai raccontato di te, perché non sanno della tua esistenza. Le serate diventano una parentesi dolcissima in cui anche io posso convincermi che non esisti.

E così pensavo che, in questo lungo corteggiamento con Milano, in cui io non riesco a cedere mai, anche questa volta vincerà l’altro, la provincia. (L’aperta campagna, la volgarità fuori luogo di certi compagni di liceo che mi spinge a ridere fino alle lacrime, i gelati non bio colore arancione, i treni senza aria condizionata, i tacchi che ancora si ostinano a portare, le rane fritte, il freddo assurdo appena scende il sole). Pensavo che, pure questo weekend pur di sfuggire al pensiero di te, io ai colori belli del Pride preferirò il lago, il passato.

Forse dovrei decidermi a prenotarla quella visita. Dallo psicologo o dal dietologo, si vedrà.

immagine decorativa di separazione raffigurante un uccellino

(Consigli per gli ascolti: Keaton Henson – You. If you must leave, leave as though fire burns under your feet. La prossima volta giuro di raccontarvi qualcosa di più allegro! Tipo questo: Gli orrori dell’estate)

9 Comments

  1. Ciao Denise! è bellissimo quello che scrivi, quei tuoi continui “sbalzi” di felicità, ma anche di “noia” che contraddistinguono certi tuoi stati d’animo… che poi, questi stati d’animo, sono anche i miei; per questo mi sento così solidale con te. 😉 Se ti può far piacere, anch’io in alcuni momenti sento la pesantezza della grande città che grava su di me, e che a volte mi spinge a trovare un altro “altrove”, dove potermi sentire a casa, e ti assicuro che è anche un modo per tirare un po’ il fiato da una realtà che spesso ci sta stretta. Ti seguo sempre con interesse. Bello il brano musicale! 😉
    Buona giornata, un abbraccio e un sorriso. 🙂

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    1. Ciao Luca! Grazie per i complimenti. 🙂
      Mi piace sapere che nella scrittura metto un po’ di “sbalzi” che contraddistinguono anche la mia personalità bipolare 😉 Eh, quello con la città è sempre un rapporto di amore-odio che non è così facile risolvere!
      Buona giornata a te, un abbraccio!

      Piace a 1 persona

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