Tutti i miei robot

Potrebbe essere un ottimo titolo per parlare dei miei ex, quelle storie un po’ fantascientifiche in cui io bistratto ingegneri un po’ automi o in cui do loro la libertà attraverso il dono di un calzino, e invece no.

Anche questa volta si tratta di una pippa etimologica, di quelle belle che piacciono a me.

Ero a lavoro e stavo scrivendo un articolo su qualcosa (che non ricordo), quando mi sono chiesta: da cosa nasce la parola robot? Sì, i miei colleghi ormai sono abituati alle domande improvvise prive di connessione con la realtà circostante di quel momento.

E così ho scoperto che la parola robot non ha un’origine da laboratorio quanto da scrittorio. In origine infatti compare in un’opera dello scrittore ceco Karel Čapek che inventò questo nome per definire gli automi che lavoravano al posto di operai umani. Era il 1920, ci troviamo in un dramma di tema fantascientificoRUR

Una di quelle belle storie in cui qualcuno ha l’idea geniale di creare dei robot per liberare l’uomo dalla schiavitù del lavoro e alla fine i robot uccidono tutti gli uomini e si impadroniscono del pianeta Terra. E vissero tutti felici e oliati.

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Lessico famigliare fantascientifico

Tornando all’etimologia di robot, in realtà ci sono un sacco di discussioni di paternità: per alcuni fu il fratello maggiore di Karel, Joseph Čapek (pittore cubista), ad aver usato per primo la parola robot e ad averla inserita tre anni prima in una sua opera. Esiste tuttavia una società dedicata ai fratelli Čapek a Praga che smentisce la cosa: nel 1917 Joseph scrisse un’opera fantascientifica con dei robot, ma li chiamò “automat”. Eppure, Joseph ha raccontato di come fu lui a suggerire al fratellino di utilizzare in RUR quella parola, ricordando questo episodio:

K: Non ho idea di come chiamare questi operai artificiali. Potrei chiamarli Labori ma mi suona come un po’ troppo libresco.

J: Allora chiamali Robot.

Comunque, dietro non c’è quella grande inventivarobota in cèco significa “lavoro servile”. Anzi, per dirla meglio: si tratta delle prestazioni obbligatorie che venivano imposte dal governo asburgico nei territori slavi, qualcosa di molto simile alle corvée feudali.

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Per mettere il punto a questo post: non è super affascinante che la letteratura anticipi le invenzioni della scienza, quasi ad attivare la potenza del progresso tecnologico?

Sono passati cento anni da quando i nostri cari fratelli Čapek disquisivano del nome da dare a questi operai artificiali, e oggi la robotica è un settore che corre veloce, che ci tocca da vicino più di quanto crediamo. E lo fa ogni giorno. Tocca la produzione, il confezionamento, la distribuzione e persino la vendita dei prodotti che ci circondano. Camicette, scatolette di tonno, libri.

Il futuro è già qui, insomma. Speriamo che i fratelli Čapek non ci abbiano visto lungo anche sugli esiti catastrofici! Ma per ora lasciamo questo genere di finale al Pianeta delle scimmie e affini.

La cosa bella che posso promettervi è che nel prossimo post farò una carrellata di immagini vintage che testimoniano una vecchia parafilia un pop-porno legata ai robot e che ho scoperto proprio cercando un’immagine per questo post. (Come facevo a vivere senza?)

Qualcosa come: sensualità in fabbrica, quando ai robot si rizzano le antenne.

Roba da non dormire la notte.

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