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Solo l’ennesimo dei tuoi fallimenti

Accendo il PC, tra le note che mi riempiono il desktop, una si fa notare. L’ho colorata di viola, invece che del solito giallo finto Post-it. C’è scritto: – 5.

è un lento conto alla rovescia che mi sono imposta, perché faccia male.

La modifico, scrivo: – 4.

Cazzo, questo conto alla rovescia è davvero lungo, e dura da tre settimane. Ogni giorno che passa è un colpo al cuore. Ora, proprio ora che sono giunta alla fine, sono pronta: il dolore per l’ennesimo fallimento è qualcosa che va apparecchiato con cura, celebrato con tutto l’amore che abbiamo in corpo.

Solo l’ennesimo, mica il prima, mica l’ultimo.

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Sai, questa volta avevo osato crederci sul serio, ci avevo messo tutta la speranza, tutto l’impegno, tutte le notti sveglia a lavorare. Modificare, migliorare. Fanculo. Ci avevo messo tutta me, senza paura.

Quanti di voi stanno facendo un conto alla rovescia, forse senza nemmeno rendersene conto? C’è chi conta quanto manca a partire, c’è chi aspetta con trepidazione un nuovo inizio o una festa, o chi sta contando quanto li separa da un abbraccio con una persona importante. Questi sono contdown in ascesa, perché all’avvicinarsi dello zero aumenta la gioia, la trepidazione. E poi, invece, ci sono i contdown che ti ammazzano, in cui si aspetta una risposta, in cui ci si imposta un ultimatum, in cui c’è un termine alla speranza o al sogno.

No hope, no love, no glory. No happy ending.

(Avrei voluto essere più brava, per renderti fiero di me. Avrei voluto non fallire anche questa volta. Avrei voluto che il mondo ti conoscesse, che.)

Let’s celebrate. Stanotte fatti vedere, balliamo finché le gambe ci reggeranno, perché è soltanto l’ennesimo dei fallimenti, il più grande, il più piccolo. Saremo più forti, ci crederemo di più, ci impegneremo di più, ci daremo la mano.

 

(Consigli per gli ascolti: Mika – No place in heaven)

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10 parole che amo

Delizia delle orecchie, obbrobrio meraviglioso se lette da chi ha la erre o la esse moscia:

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  • Grissinificio
  • Massachusetts
  • Pusillanime
  • Uroboro
  • Nonchalance
  • Villipendio
  • Esoso
  • Ossesso
  • Plumbeo
  • Sozzo / Sozzezza

 

Ho deciso di fare inutili liste come queste più spesso. Perché l’uomo ama da sempre l’elenco, e un gran professore italiano ci ha fatto su pure un libro. No, sul serio, non c’è alcuna motivazione sensata, amo i nonsense.

(Consigli per gli ascolti: Janis Joplin – Cry baby).

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Amica insonnia

Sono nata così. I primi 15 giorni della mia vita, dormivo di giorno e rompevo le palle ai miei genitori di notte. Il pediatra disse ai miei: “La bambina ha preso il giorno per la notte“. C’era un solo modo per farmi dormire: portarmi in giro in auto, oh lì sì che mi facevo delle belle dormite. Capita anche ora d’altronde, quando ho sonno, dopo una gita o durante un viaggio, io in auto, treno o pullman collasso. In aereo no, lì sto col naso contro il finestrino a dire: oh, guarda che bello.

(Lo sapete già che ho 13 anni, in realtà).

E lì, mamma e papà architettarono un piano cattivissimo.

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Mia madre, dopo l’ennesima notte insonne, l’indomani fece di tutto per tenermi sveglia tutto il santo giorno: piccoli spaventi, schiaffetti sulle guance. Niente riposini, bella di mamma. Ovvio che quella notte dormii secca come non facevo dai tempi dell’utero.

I miei fecero questa piccola cosa un po’ a cuor leggero, per farmi riprendere il ritmo della notte e del giorno, insomma. Ed eccomi qui, perennemente insonne, a non riuscire a dormire alle 3 o alle 4 del mattino nemmeno dopo 20 ore sveglia. Ora non posso non chiedermi: e se questo sia da sempre il mio bioritmo? Chi ha deciso che il giorno deve essere giorno per tutti, che non ci possano essere persone che semplicemente vivono meglio di notte?

No perché, a parlarci con gli insonni convinti come me, la sensazione è sempre la stessa: alla mattina dopo ti svegli dolorante, con malditesta pazzeschi, con un odio enorme verso te stesso, e una camera da letto in cui sembra esserci stata la guerra. (Calzini persi, trapunte cadute dal letto, pile di libri sul comodino, fazzoletti pieni di lacrime, computer e cuffiette perché la musica ti facesse compagnia). Noi ci conviviamo con le occhiaie viola o nere, noi ci beiamo del silenzio della Notte.

 

La notte è insostituibile, ma pagherei per avere un ritmo normale. Il problema è che non bastano più i trucchetti dei miei genitori, e a ventisei anni suonati sono costretta a tenermi borse sotto agli occhi, disperazione e sogni che soltanto la notte sa dare.

(Il sonno porta consiglio, dicono. Quanto ne vorrei).

 

(Consigli per gli ascolti: The Cranberries – Ode to my family).

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Un orso polare bipolare

Non aspettatevi troppa coerenza da una come me, ve ne prego. Il fatto è che passo facilmente dalla disperazione più acuta a un’euforia invadente e contagiosa.

Va da sé che il titolo non c’entri nulla con ciò di cui vi parlerò.

è stato il seme di un dubbio improvviso, scoppiatomi nel cervello mentre pranzavo oggi, godendomi la mia unica ora al giorno di televisione con un programma spazzatura, (di quelli che amo tanto, per intenderci). Dico sempre: tanta cultura, libri e serietà, ogni tanto c’è da mettersi davanti a Real Time per capire quanto male va il mondo.

Non era Appuntamenti da incubo, né Chi diavolo ho sposato?, né My strange addictionPazzi per la spesa. Questa è una novità di canale 31, che trovate a mezzogiorno: coppie di sconosciuti che escono a cena. Un appuntamento al buio, ma scoppierà la scintilla?

Beh, a me è scoppiato sto seme del dubbio, invece. Sullo schermo questi due tizi strambi, lui editore francese, un po’ scassapalle, e lei bipolare, fissata col sesso. E ho pensato: Dio, come sono carini assieme! Lei, la bipolare dico, si mette a raccontare di quando ha abbandonato il marito per scappare con un uomo di dieci anni più giovane di lei, lo fa sorridendo, ma all’improvviso gli occhi lucidi: “Ho fatto tanto soffrire quell’uomo e i miei figli”. Poi si scusa: “Scusate, rido e piango assieme, sono bipolare. Mi è stato diagnosticato un anno fa”.

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Tac. Il seme scoppia.

(E non sapevo nemmeno fosse lì).

Ho fatto 2 + 2, depressione + euforia + malata di sesso = oddio, sono bipolare?

E lì, ho fatto la cosa che non bisognerebbe fare mai: fare una ricerca su Google. Il risultato, questo, mi ha dato la conferma: ecco che cos’ho! Sono chiaramente bipolare. Forse un po’ ninfomane, sicuramente paranoica.

Ecco, fate passare i post di questo blog: felicità, tristezza, tristezza, disperazione, felicità, euforia pura, ilmondofaschifo, depressione, tristezza, felicità. Ho aperto il diario che giace sepolto sotto una caterva di libri, sul mio comodino: nel giro di pochi giorni ti odio e poi ti amo, e poi ti odio di nuovo; oggi credo che posso farcela, domani che non c’è speranza.

Bipolarismo. In continuo transito tra due poli, la felicità e la tristezza, il successo e il fallimento. Ehi, non è forse questa la vita di tutti? Il nero, e il bianco. E noi viaggiamo in continuazione tra due vette, tra inferno e paradiso, lo facciamo di continuo. Basta una parola sgarbata da parte del fidanzato, basta il sorriso di uno sconosciuto, basta che oggi piove e hai perso il tram, basta che un collega ti dica “bel lavoro”. Tristezza e felicità, non le possiedi mai entrambe come vorresti.

A voi non capita, forse? E sapete cosa? Anche se lo dovessi essere soltanto io, non m’importa. Non darò certo un nome a come sono fatta.

 

(Consigli per gli ascolti: Ermal Meta – Umano)

5

Il sesso che ci facciamo

Visto che mi piacciono le note stridenti, far accapponare la pelle, la pietra dello scandalo, pensavo che dopo un post su un funerale ce ne stesse proprio bene uno sul sesso.

Perché vedete, il sesso è vita.

 

Il sesso che ci facciamo è qualcosa che fa male, è qualcosa che fa bene. La mano tesa a curarmi questa notte è la stessa pronta a uccidermi tutte le notti che seguiranno, vuote di te.

Il sesso che ci facciamo sono le tue parole improvvise e piene di desiderio, sono i miei silenzi inginocchiata tra le tue gambe. Io sono la tua dea, io sono peggio di tutte le tue schiave. Dammi da bere di te, neanche potessi scioglierti nella mia bocca e restare. Il nostro è un effimero tentativo di possederci, di fermare il moto perpetuo che ci tiene lontani, di cancellare la paura.

Il sesso che ci facciamo mi guarisce l’anima, umiliandomi il corpo. Il mio corpo si piega inerme sotto i tuoi colpi, si arrende alla corsa, si lascia legare e plasmare in forme mai viste. Ti sento nello stomaco mentre, lo sguardo fisso negli occhi, mi dici: mia.

(E allora, fanculo secoli di femminismo, tutte quelle cose che dico sulla mia libertà individuale, nobody’s wife de che).

il sesso che ci facciamo

Ti dico: tua. Ma lo faccio urlando, sono solo un animale che tu stai scuoiando vivo, sono il dolore primigenio del mondo, sono il saluto del neonato all’universo.

Il sesso che ci facciamo è una condanna. Una vera bruttura da parte di chi ci ha fatti incontrare, per poi non riuscirci a lasciare più. E così, persino dall’altra parte del mondo, chiudiamo gli occhi e godiamo dell’altro, con la cattiveria nel cuore di voler allontanare dal nostro letto al più presto chi ha osato entrarci senza essere te, senza essere me. (Mio, ti dico, tuo, rispondi.)

Il sesso che ci facciamo è un coltello che unisce. Mi abbracci e non capisci perché io soffra tanto, quando mi dici che non c’è nulla di sbagliato, in me.

Il sesso che tu mi fai è il marchio di chi mi ha fatto male con una parola, con una violenza, con un abbraccio o un bacio negato. Le tue mani riempiono i singhiozzi, le tue spalle inondate dai miei occhi, il pavimento freddo contro la schiena.

 

E piango, amore mio, perché tua non sono, piango, perché non appartengo a nessuno. And every demon wants his pound of flesh.

(Consigli per gli ascolti: Florence + The Machine – Shake it out)