Quattro generazioni di donne

Questo post si sarebbe dovuto chiamare “X motivi per cui non abiterei a Londra”, eppure non possono parlarvene ora, ma prometto che lo farò. Vi farò un post LUNGHISSIMO e noioso, quindi se non volete leggervi tutta ‘sta pippa mentale, chiudete ora.

Il mio ritorno da Londra è stato un breve passaggio dall’aeroporto (e gli italiani che applaudono quando l’aereo atterra) all’ospedale. Si tratta della mia dolce nonna, quella che mi dava di nascosto i 20 euro “così ti compri il gelato”, che la pasta cu pummarol ‘ncopp era più buona fatta da lei perché ci cuoceva dentro il muscolo e il lardo (‘azz), che “statt accuort” prima di uscire di casa e la pastiera era quella dei poveri fatta col riso e gli spaghetti.

Il mio ritorno ha coinciso con una chiusura. Abitavo ancora a Torino, erano gli anni dell’Università, quando un giorno lavando i piatti, una tazza che lei mi aveva regalato prima del trasferimento cadde a terra, rompendosi. E coi suoi pezzi, anch’io ero a terra, telefonando in lacrime a mia madre: “La nonna… Le succederà qualcosa”. Quel giorno mia nonna ebbe il primo dei suoi infarti.

rabbia

Poi ci furono ictus e ischemie e trombosi e. Grosse operazioni impossibili, e lei che ogni volta tornava su in camera facendo il segno dell’ombrello. Nonna, facci vedere che non sei morta ancora. E lei: tié.

Poi la carrozzella, il coumadin, la paura di vedere in lei un mio destino futuro in quella malattia che probabilmente ci passiamo da generazioni, mutazione del fattore cazziemazzi, che un momento sei lì e il momento dopo un ictus ti ha fottuto metà cervello. Come mio nonno, come le mie nonne, come mio padre. La coscienza di sé che va e viene, il presente e il futuro che si sovrappongono, in una realtà abitata da bambini immaginari e da nipoti presenti di cui ricordi il nome metà delle volte.

Oggi a mia nonna hanno amputato una gamba, ma lei lo diceva da vent’anni almeno: ah questa gamba mi darà problemi, vedrai che farò la fine del fratello mio. (Ho chiesto solo gambe nuove, per poter tornare lì).

Bisogna sapere lasciare andare, quando si ama.

(è più difficile restare coi piedi a terra e non morire).

 

Tre anni fa, ho aperto un varco dentro di me, e ci ho lasciato entrare tutto. Il dolore, il tradimento, la fine dell’amore, la disillusione dell’amore giovane, l’odio del proprio corpo e del proprio cervello. Ma soprattutto la rabbia. Verso il mondo, verso me stessa, verso Dio.

Ho creduto che per conoscere l’Amore, avrei dovuto toccare il fondo dell’Odio. Mi sono fatta passare da tutto e da tutti. Mi sono lasciata stropicciare, strappare, cancellare.

Ora. è successo che quest’estate, nel bel mezzo di un concerto, io abbia capito che l’odio o la cancellazione di sé non sono mai la soluzione di nulla. è successo che oggi io abbia incontrato una di quelle donne che fanno le notti all’ospedale, e che lei mi abbia fatto un discorso bellissimo sulla Gioia. è successo, che prima di scendere in sala operatoria, mia nonna abbia parlato de “la mamma mia”, la (bis)nonna Vittoria, e con quella Gioia negli occhi abbia detto a mia madre: ti ricordi com’era sempre felice? Sorrideva sempre.

E allora, in quel punto esatto dell’Universo, il presente e il passato erano davvero sullo stesso piano, la vita e la morte pure, la gioia e il dolore. C’erano quattro donne, coi lori sogni premonitori, con le cinghiate sulla schiena dei loro padri e mariti, con le risate soffocate di notte nei letti con le sorelle e cugine. Quattro generazioni di donne, sopravvissute a ogni genere di cosa.

E per la rabbia, all’improvviso, non c’era più spazio dentro di me.

 

 

Ti mostrerò com’è speciale il mondo, anche se fa male. Consigli per gli ascolti: Lo sai da qui – Negramaro (e perdonatemi se sono così tanto mainstream).

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2 thoughts on “Quattro generazioni di donne

  1. Mi hai lasciato senza parole. Per nulla noioso e per nulla lungo. Io, allora, cosa dovrei dire…
    Si cresce. Questa è la verità. Si cresce e si impara a vivere, se non vuoi morire. Odiarsi significa lasciarsi odiare, usare. Con la consapevolezza di saperlo. L’amore, è un’altra cosa. È quello che le quattro generazioni di donne discutono.
    Mi spiace per tua nonna. Sto passando qualcosa di estremamente simile e so che non è facile. Ma non mi sembra ti manchino forza, determinazione e consapevolezza. Distruggi la tua fragilità e mostrala solo a chi la merita.
    Un abbraccio.
    Sigismondo.

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