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Bisogna chiudere per aprire

I funerali nella famiglia di mia mamma sono qualcosa che fa storcere il naso da chi ci vede dall’esterno. C’è un grande dolore e allo stesso tempo una grande allegria, fatta di battute tra fratelli e cugini, di “guarda come si è vestito male quella”, di “ti ricordi quella volta che?”, di tavolate di cibo e racconti di aneddoti, ricordi.

Piangiamo e ridiamo assieme.

Una famiglia di bipolari.

A mia nonna Antonietta sarebbe piaciuto esserci, al suo funerale. Avrebbe criticato la sorella che si è presentata in ritardo, mi avrebbe chiesto se la camicetta che indossavo era nuova (mi sembra di sentirla: “Ci stai acconc”), avrebbe fatto qualche battuta (anche sconcia) a mio cugino. Qualcuno grande e grosso per abbracciarla avrebbe dovuto alzarla di peso, mentre con me avrebbe tirato fuori un fazzoletto dal reggiseno dopo essersi accorta di avermi bagnato le guance baciandomi.

Siamo una carovana di persone. 4 figli, 7 nipoti e 7 pronipoti. Mia mamma era la più piccola dei figli, quella avuta per sbaglio a quarant’anni, e io la più piccola e silenziosa dei nipoti. Sono sempre stata una bambina atipica, una di quelle che non rompono le palle: lasciatemi lì con qualche pennarello e un foglio e mi arrangio.

fiori

Ci ho passato le domeniche della mia vita a casa di mia nonna, e non vedevo l’ora che arrivasse la primavera: nel cortile non c’era un solo sasso fuori posto, era tutto uno strepitio di colori nuovi. Fiori ovunque. Il fatto è che mia nonna aveva un pollice d’oro, mica verde: lei piantava un semino mezzo morto e ci cresceva la pianta più forte di sempre. Prima di andarmene, c’era un giro d’obbligo, una rotazione di tutte le piante ripetendone i nomi: questo è il maggiociondolo, questa la surfinia e così via. (E io che faccio morire le piante grasse).

C’era un mondo fatato che andava a costruirsi nella mia testa ogni volta che mi parlava e che viveva nei suoi racconti d’infanzia, il mondo di Benevento e Caserta, dei chilometri da fare a piedi per andare a prendere l’acqua col secchio, delle ore passate a cucire le foglie di tabacco sul terrazzo, di quella volta che la mamma Vittoria corse ad abbracciarla piangendo di gioia: “Sono arrivati gli americani!“.

 

La cosa che mi fa più paura di perdere qualcuno riguarda le domande che non ho fatto, le cose che mi sono dimenticata di chiedere. Quando qualcuno muore, si perde per sempre la sua memoria. Si perde la possibilità del racconto.

Oggi sono un po’ più orfana di parole, sai?

Piangiamo un po’, ma ridiamo di più. A te, in fondo, sarebbe piaciuto così. Prima di aprire una nuova porta, è necessario chiudere quella da cui siamo usciti. Altrimenti, sai che corrente d’aria? Buon viaggio, nonna.

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Quattro generazioni di donne

Questo post si sarebbe dovuto chiamare “X motivi per cui non abiterei a Londra”, eppure non possono parlarvene ora, ma prometto che lo farò. Vi farò un post LUNGHISSIMO e noioso, quindi se non volete leggervi tutta ‘sta pippa mentale, chiudete ora.

Il mio ritorno da Londra è stato un breve passaggio dall’aeroporto (e gli italiani che applaudono quando l’aereo atterra) all’ospedale. Si tratta della mia dolce nonna, quella che mi dava di nascosto i 20 euro “così ti compri il gelato”, che la pasta cu pummarol ‘ncopp era più buona fatta da lei perché ci cuoceva dentro il muscolo e il lardo (‘azz), che “statt accuort” prima di uscire di casa e la pastiera era quella dei poveri fatta col riso e gli spaghetti.

Il mio ritorno ha coinciso con una chiusura. Abitavo ancora a Torino, erano gli anni dell’Università, quando un giorno lavando i piatti, una tazza che lei mi aveva regalato prima del trasferimento cadde a terra, rompendosi. E coi suoi pezzi, anch’io ero a terra, telefonando in lacrime a mia madre: “La nonna… Le succederà qualcosa”. Quel giorno mia nonna ebbe il primo dei suoi infarti.

rabbia

Poi ci furono ictus e ischemie e trombosi e. Grosse operazioni impossibili, e lei che ogni volta tornava su in camera facendo il segno dell’ombrello. Nonna, facci vedere che non sei morta ancora. E lei: tié.

Poi la carrozzella, il coumadin, la paura di vedere in lei un mio destino futuro in quella malattia che probabilmente ci passiamo da generazioni, mutazione del fattore cazziemazzi, che un momento sei lì e il momento dopo un ictus ti ha fottuto metà cervello. Come mio nonno, come le mie nonne, come mio padre. La coscienza di sé che va e viene, il presente e il futuro che si sovrappongono, in una realtà abitata da bambini immaginari e da nipoti presenti di cui ricordi il nome metà delle volte.

Oggi a mia nonna hanno amputato una gamba, ma lei lo diceva da vent’anni almeno: ah questa gamba mi darà problemi, vedrai che farò la fine del fratello mio. (Ho chiesto solo gambe nuove, per poter tornare lì).

Bisogna sapere lasciare andare, quando si ama.

(è più difficile restare coi piedi a terra e non morire).

 

Tre anni fa, ho aperto un varco dentro di me, e ci ho lasciato entrare tutto. Il dolore, il tradimento, la fine dell’amore, la disillusione dell’amore giovane, l’odio del proprio corpo e del proprio cervello. Ma soprattutto la rabbia. Verso il mondo, verso me stessa, verso Dio.

Ho creduto che per conoscere l’Amore, avrei dovuto toccare il fondo dell’Odio. Mi sono fatta passare da tutto e da tutti. Mi sono lasciata stropicciare, strappare, cancellare.

Ora. è successo che quest’estate, nel bel mezzo di un concerto, io abbia capito che l’odio o la cancellazione di sé non sono mai la soluzione di nulla. è successo che oggi io abbia incontrato una di quelle donne che fanno le notti all’ospedale, e che lei mi abbia fatto un discorso bellissimo sulla Gioia. è successo, che prima di scendere in sala operatoria, mia nonna abbia parlato de “la mamma mia”, la (bis)nonna Vittoria, e con quella Gioia negli occhi abbia detto a mia madre: ti ricordi com’era sempre felice? Sorrideva sempre.

E allora, in quel punto esatto dell’Universo, il presente e il passato erano davvero sullo stesso piano, la vita e la morte pure, la gioia e il dolore. C’erano quattro donne, coi lori sogni premonitori, con le cinghiate sulla schiena dei loro padri e mariti, con le risate soffocate di notte nei letti con le sorelle e cugine. Quattro generazioni di donne, sopravvissute a ogni genere di cosa.

E per la rabbia, all’improvviso, non c’era più spazio dentro di me.

 

 

Ti mostrerò com’è speciale il mondo, anche se fa male. Consigli per gli ascolti: Lo sai da qui – Negramaro (e perdonatemi se sono così tanto mainstream).

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Prima di partire (pensa a tornare)

C’era una canzone estiva molti anni fa, più di 10 ormai, diceva “prima di partire per un lungo viaggio, porta con te la voglia di non tornare più”.

Io parto sempre con la voglia di tornare: il viaggio si può dire davvero tale se quella voglia di non partire più te la fa venire durante. Un viaggio è tale se torni a casa diverso da come eri partito, se ti cambia, se ti apre nuove porte, se ti offre nuovi occhi con cui guardare il tuo mondo.

Ho un sacco bisogno di nuovi occhi, e avrei ancor più bisogno di quella capacità che hanno certi di andarsene, e basta. (Ve ne avevo parlato qui: L’urgenza del migrante e della scimmia). Il fatto è che non ero pronta nemmeno finito il liceo, di prendere e andarmene. (Quello è il momento perfetto). Avevo un piccolo gruppo di amici che chiamavo “Popolino”, a breve mi sarei innamorata di quella che è tuttora la persona più importante della mia vita, una madre da salvare, e poi mi iscrivevo a una facoltà che si basa tutta sull’amore per l’italiano, una lingua dolce e complicata.

Andarmene per dove?

viaggiare

Rimpiango a volte di non essere stata più coraggiosa, e mi ammonisco per non riuscire a esserlo tuttora. Il fatto è che io non sono una di quelli che partono, e basta. Forse vorrei, ma mi risulta contro natura. Non riuscirei ad andarmene via da qui, e non solo per i luoghi e le persone che amo, ma per un modo di ragionare che per me è tutto collegato alla lingua. Posso anche saper parlare l’inglese (o almeno provarci), lo spagnolo e il francese, ma il mio pensiero è italiano. E ogni parola mi genera un ricordo, dettato da un suono: la ritrovo nella mia mente nel verso di quella poesia di Montale o di Gozzano, mi ricorda l’atmosfera di un particolare canto della Commedia.

Ho una memoria pessima per certe cose (come i visi delle persone), ma ottima per le parole. Ha un senso forse? A distanza di anni, a distanza di decenni, ricordo esattamente la frase che qualcuno mi ha detto al primo incontro, durante una litigata, dopo un abbraccio, durante il sesso, alla fine di un esame. Rivivo con quelle l’emozione che mi fecero provare allora. Sarà per quello che sogno persone senza volto, ma con un timbro e una cadenza ben riconoscibile.

Quindi, sì, partiamo. Anche domani mattina, andiamo nella Londra che sogno di visitare da quando la prof Barcellini mi insegnava magistralmente la grammatica e il bon ton inglesi. Ma lo faccio con l’idea di tornare, qui.

L’importante è che il viaggio mi renda diversa da oggi. Che mi arricchisca, sì, e mi renda pronta al domani.

 

(E non importa se il viaggio sia di tre giorni o un mese. Ci innamoriamo in poche ore di qualcuno, e basta quello a cambiarci la vita.)

Consigli per gli ascolti: Message in a bottle – The Police