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Di piccoli passi e piccole rivoluzioni

In casa abbiamo un contenitore per le noci a forma di ciambella. Al centro c’è un appoggino, dove si mette la noce e la si colpisce con un martelletto per aprirla.

Sarebbe buona cosa buttare ogni volta i gusci e gli scarti delle noci mangiate, e invece finisce sempre che il contenitore sia una montagnola di noci ancora da aprire e di gusci vuoti. Insomma, devi sempre stare a scavare tra le spoglie delle noci che furono per cercarne una buona. E questa cosa mi fa abbastanza arrabbiare.

La colpa è un po’ di tutti gli abitanti di questa casa: se lo fanno mamma o papà sbuffo, ma poi finisce che alcuni giorni lo faccio pure io e, questo è il guaio, pure gli estranei del “posso rubarti una noce” finiscono coll’imitare questa abitudine orribile.

Il punto? Che io lo voglia o no, la ciambella si riempie, una noce adesso una dopo. è un po’ la discarica di chi passa in cucina e ha voglia di uno stuzzichino a qualunque ora. Ma mi dà fastidio: che fatica fai, golosone, a buttare il guscio di ciò che hai gustato poc’anzi?

di piccole rivoluzioni

Ecco, parte la metafora ora. Che ti piaccia o no, qualcuno riempirà la ciambella. E finirà che pure tu qualche volta farai ciò che deprechi agli altri, vuoi per fretta, vuoi per mancanza di voglia o semplicemente per ribellione al “e devo pulire sempre io lo schifo degli altri?“.

Sì. La rivoluzione parte da te. Tu fai la differenza.

Passi di lì, vedi qualcosa che non va? Adoperati perché la cosa cambi. Fai la prima mossa, cerca di migliorare ciò che non ti piace.

Altri ti imiteranno, anche se magari tra un secolo o più. Pulisci gli scarti tuoi e del resto del mondo, rendi questa ciambella ciò che vorresti.

 

ps. La ciambella potrebbe essere il mondo in cui viviamo, ma anche la tua città, la strada in cui vivi, il condominio, non so. Potrebbe essere la tua anima o quella di qualcun altro, che spesso la gente riempie di immondizia di ogni tipo, brutte parole che fanno male, maleducazione, ingiustizie che inspessiscono la pelle. Potrebbe persino essere il corpo usato da qualcuno, come se non fosse altro che un guscio vuoto di noce.

(Consigli per gli ascolti: Negramaro – La rivoluzione sta arrivando).

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Fredda terra, sei mia

Fredda terra, dalla nebbia anche nelle sere d’agosto, le risaie e le montagne. Fredda tu hai reso freddi noi, che ti abitiamo tra i solchi delle tue colline, amanti di vino e delle montagne che ti dominano.

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Quando torno, è la cupola di san Gaudenzio a farmi stringere il cuore, sono a casa. Anche se odio questo posto. Odio Novara tutta e le sue risaie popolate di aironi cinerini, le feste di paese d’estate con la musica del calcinculo che ti insegue in camera di notte fino a tardi, il liscio e la paniscia. La festa dell’Unità, una foto di noi con la maglia rossa, giovani e matti, ce ne scappavamo da lì con qualche bottiglia di Lupo Rosso e coi salami di fidighina sotto alle felpe. A una certa ora ci entrava il freddo della Meja vicina nelle ossa, tanto che avevamo finito col rinominarla “La festa dell’umidità“.

Altre volte facevamo mattino con le carte sui tavolacci sparecchiati alla bell’e meglio, vai di briscola, vai di scopa. Il tributo a De André ogni anno, gli abbracci degli amici sulle panche, eravamo una cosa sola e nemmeno lo sapevamo.

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Ma fredda, fredda terra, sapevo ci avresti contagiato.

La malinconia ferma di Vercelli d’inverno, gli anni d’università, l’amore da dimenticare e poi quello con cui risanarsi, piangere in silenzio nella basilica di sant’Andrea, un vecchio prete spazza a terra, mettendoti a disagio. E non vedi mai a un palmo dal naso, la nebbia ti è persino dentro.

Ma come faccio a raccontarti tutto questo, come? Che non capiresti, che non ne vedi il fascino che mi trattiene, forse desiderando che io non abbia radici. Ma questa è la mia terra, fredda terra, intrisa e bagnata di fiumi e laghi, che ci nevica addosso prima che altrove, che apro la finestra e mi guardano il Mottarone e il Monte Rosa. Le passeggiate nel budello di Arona fino in piazza del Popolo ad ammirare la rocca d’Angera che domina il lago Maggiore, mentre il san Carlone sull’altra riva controlla. Ma poi il bagno lo facciamo soltanto nel lago d’Orta, e per san Lorenzo ci sdraiamo sui pontili avvolti dai sacchi a pelo, a fare a gara a chi vede più stelle, a ritrovarci con gli amici che si sono trasferiti, ma tornano sempre.

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E non capisci che i paesaggi che tanto ti hanno fatto amare “La chimera” sono quelli dove anch’io sono cresciuta, che m’appartengono tanto da potermi definire. Che vorresti amarmi, ma non per questo attaccamento insano che ho per i luoghi e per le persone che li abitano, per il nostro dialetto sghembo.

Che ti racconto cose che per te non hanno sapore. Ma loro sono le mie persone, non saranno mai fantasmi, loro sono i miei fratelli. Che cantiamo “Valsesia” a memoria ai concerti folk, con la mano sul cuore pensando ai nostri nonni che hanno combattuto, (“ai nostri morti l’abbiam giurato, dobbiamo vincere o morire”). Loro hanno dei visi, delle voci che sogno di notte, delle rughe che conosco a memoria.

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E tu avresti la presunzione di conoscermi, senza tutto questo?

E tu, davvero, credi basta fare le valigie ed andarsene?

La nebbia ti entra dentro, e non se ne va più. Ecco perché parli, parli, parli, ma da solo, e mentre penso che non capirai mai, non te lo dico. Sì, me ne sto zitta persino quando non sorridi a un mio aneddoto divertente di qualche anno fa. (Tu ti meriti di più, mi ripeti). Sono fredda, fredda come la mia terra, quella che mi ha generato e reso così. Muta, triste e distante, tanto che né della mia terra né di me percepisci il calore oltre il velo.

 

 

(Scusate se vi ho ammorbato con decine di foto, ma ci tenevo a condividere la bellezza di questo posto che odio e che amo tanto).

ps. Regalo sonoro. Cia’ ascoltatevi Valsesia, che è così bella:

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Quando lui dice: ti amo, e tu: grazie

Oggi ho letto da qualche parte lo stralcio di una lettera d’amore inviata da Antoine de Saint-Exupéry, una roba dolce e romantica da far venire il diabete. E ho pensato: oddio, perché nessuno mi ha mai mandato una lettera così bella?
1) Non si inviano più le lettere;
2) Se un uomo lo facesse, io non gli risponderei.

E alla fine arriva sempre il momento, quel momento, quello in cui una persona con cui stai bene, ma tanto, rovina tutto dicendo: ti amo. Quasi sempre dopo il sesso, quando siete nel letto sfatto e tu hai l’autostima a mille e ti senti la dea Hathor e Venere e Afrodite (che poi sono tutte la stessa cosa). La prima volta è sempre lì, lui si gira, ti guarda negli occhi e (forse per ringraziarti dell’orgasmo, forse chissà), ti fa quello sguardo. E tu lo riconosci e l’omino che hai nella testa attiva l’allarme generale.
Il più delle volte riesce a evitare la catastrofe, ti fa uscire con frasi tipo: devo fare la pipì, ma quanto sei carino sembri un bambino, vuoi che ti schiaccio i punti neri, ma questi capelli bianchi da quando ce li hai?
Altre volte no, e allora il tuo cuore batte all’impazzata, perché lo sai che arriverà e. Ti amo. (Da adesso mi chiamerai amore, come mi hanno chiamata tutti? Come hanno chiamato le altre dopo di me? Come chiameremo chissà quanti, chissà).

Rispondere a un ti amo con garbo, è possibile? Io l’ho fatto così:
a) grazie (è quello che ho utilizzato di più, ma può spezzare il cuore dell’altro)
b) sorridendo
c) lo so (e poi ridi. Okay, questa non è propriamente garbata)
d) tu ami tutti (questa è senza dubbio la migliore, perché non vuol dire davvero niente).

baciati ansia
Ecco come non rispondere: ti amo.
(Perché, sai, anche se ti amo, e fidati che ti amo davvero tanto, ti distruggerò.
Con la mia vita, coi miei problemi, con le mie notti insonni e i miei pomeriggi a terra a piangere. E tu non meriti questo.
Perché poi, sai, ti stancherai, troverai di meglio, mi tradirai. Come hanno fatto i miei nonni, come hanno fatto i miei padri, come la storia mi ha insegnato. Non posso darti la soddisfazione di sapere che sono stata tua, non sono una delle tue vacche da marchiare. Non merito questo.)

Boh, meglio darli con parsimonia questi “ti amo”. Che poi se si amano tutti in giro, non si capisce perché ci siano tanti matrimoni falliti, figli illegittimi, amanti e burattini. (Non si capisce perché facciate sempre finta che vada tutto bene). Forse bisognerebbe soppesarli di più, aspettare prima di correre all’altare, prima pensare ai nomi dei figli, prima di affrettarsi alle domeniche in famiglia, la casa e il laghetto con le tartarughe.

Cazzo, trombate più che potete!
Meglio così. Io ti amo anche, eh, ma per ora: grazie.

 

ps. Non me ne vogliano i puristi della lingua per la parolaccia. E non intendo trombare: trombare è l’atto d’amore più puro che ci sia. Ma se preferite un sinonimo, scrivetemelo nei commenti. 🙂