2

Piccole soddisfazioni

Vi ricordate che due mesetti fa vi ho detto che avrei iniziato a scrivere qualcosa per i bambini? (ve l’ho detto tipo QUI). Beh, 120 mila battute dopo, 20 mila parole dopo, tante notti dopo, ho finito qualcosa di bello.

C’è un metodo che uso da anni per farmi valutare: utilizzare il giudizio di chi ne è fuori, di chi NON è lettore. Mi spiego: io sono per l’arte per tutti, quella che sa far emozionare. Ben venga l’arte concettuale e che richiede un certo gusto, ma non è ciò che voglio fare io.

Avete presente l’inizio de “Il nome della rosa”? Quella lunghissima pippa sulle erbe medicinali e non so altro. Eco, in seguito al successo del romanzo, ammise di avere scritto quelle 40 pagine per scremare il pubblico di lettori. Il risultato? Le classi di Liceo che si beccano un tomo simile come lettura estiva, scoraggiati da quelle pagine, finiscono con lo scaricare la trama da internet o col guardarsi il film.

Ecco, caro Eco, non sono d’accordo con te. E probabilmente ora mi maledirai, perché quando do quel libro da leggere ai sedicenni che seguo, dico loro: “Se ti è difficile l’inizio, saltalo, tanto non è importante”. Perché ci tengo che lo finiscano! Perché voglio che capiscano cos’è il Medioevo e il tuo libro mi è necessario. Altrimenti finisce che arrivano a 30 anni e dicono aberrazioni come “Si è tornati alla caccia alle streghe del Medioevo”.

bambini scrivere

Io sono più per la filosofia di Calvino o quella di Schulz. Ecco, a proposito si Schulz: i manoscritti di Snoopy: “Lei è un pessimo scrittore. Perché ci disturba?”, “Ci lasci stare. Sparisca. Crepi.” ECCO! Io ho bisogno di una risposta così: se ho fatto un lavoro pessimo, ho bisogno che me lo si dica fin da subito.

E non c’è nessuno più sincero del non-lettore, di quella persona che si muove a comprare un libro soltanto una o due volte all’anno. Quelli, insomma, che lo leggono tutto se e solo se il gioco vale la candela.

Detto ciò, l’ho fatto leggere a due non lettori che uso da anni (una è mia madre). E sono riuscita a farli ridere, commuovere, riflettere, “Tu sai fare emozionare”. Bene. Non importa se non lo leggerà più nessun’altro, ho fatto piangere due persone, ho fatto leggere un libro a due non-lettori. Spacco.

 

Consigli per gli ascolti: “Clint Eastwood” – Gorillaz

3

L’urgenza del migrante e della scimmia

I viaggi sono indispensabili: servono a chiudere cerchi, servono ad aprirne di nuovi. Qualche giorno a Madrid, incontrare persone che parlano una lingua che non è mai stata tua, comunicare a tutti i costi, comprendersi a fondo.

(“Non credevi che il paradiso fosse solo lì al primo piano”).

Il mio viaggio ha chiuso un anno di disoccupazione, ma non forzata. Qualche offerta di lavoro, tutte rifiutate non per paura, ma con un sorriso. Madrid ha chiuso un anno in cui è stato necessario fermarsi, provare tutto, fare cose nuove, curarsi seriamente.

Madrid aprirà un anno diverso. Lo so.

migrante scimmia

C’è un tempo per contemplare i propri fantasmi, e c’è un tempo per sotterrarli. (“e tu che con gli occhi di un altro colore, mi dici le stesse parole d’amore”). Il viaggio e il distacco sono due temi che mi hanno sempre molto affascinato: cosa ti spinge a prendere e partire? Perché tu che sei partito per la terra del grande sogno americano, lo hai fatto portandoti dietro soltanto una valigia tanto piccina da non starci nulla? Con quale certezza.

Ma il migrante, ma Lucia, partendo, la possedeva: “e non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande” (dall’addio ai monti di Manzoni).

E ancora, dice il brasiliano Monteiro Martins: “Quando la scimmia lascia il ramo dov’è appesa, per aggrapparsi a un altro che ha intravisto tra il fogliame, può sembrare a chi l’osserva che voglia spiccare il volo senza ali di sorta. Ma per istinto la scimmia sa benissimo che non precipiterà nel vuoto. Allo stesso modo, qualcosa dentro al migrante sa dove si trova esattamente il ramo che lo aspetta, che aspetta le sue mani sicure, ed è questo qualcosa che lo spinge al salto“.

Qualche giorno a Madrid, la sicurezza acquistata di poter fare ciò che voglio. A volte, è necessario fermarsi, per saper ripartire. E sì, sono ripartita. Con una valigia davvero più piccola di quella che avrei immaginato, peso leggero. Non mi servono i miei fantasmi, non mi serve la rabbia, non mi serve l’ansia o la paranoia, non mi serve la paura, non mi servi tu. (“Non sono riuscito a cambiarti, non mi hai cambiato, lo sai”).

Ho la sicurezza che un ramo mi attende, sono pronta a saltare.

 

Consigli per gli ascolti: Il blasfemo (Dietro ogni blasfemo c’è un giardino incantato) – Fabrizio De André