Cose che ho imparato dai libri

Mia mamma me lo diceva sempre da piccola: leggi, che ti apre il cervello.

A distanza di vent’anni si mangia le mani per quella “lezione” di vita, minacciandomi di buttare fuori di casa me e tutti i miei libri. Tutti i torti non li ha, in effetti: qualche libro sul comodino, qualche scatola piena sotto il letto, una parete colma, il record di due mensole cedute per il troppo peso.

Il fatto è che i libri mi danno sicurezza: dove mi giro, voglio averne. Così, metti che hai un attacco improvviso di ansia: ti guardi attorno, allunghi la mano e TAC, un libro. E la tachicardia si dà una calmata, e i brutti pensieri scivolano via dal cervello, e persino le parole inutili della gente perdono peso.

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La lettura è una bolla. E il suono convulso del mondo che si strozza si spegne, e il roteare confuso delle cose si placa. Un modo di fare ordine, più dentro che fuori di sé. Ti nutre, ti consola, ti insegna; un libro è capace di metterti radici nell’anima, e crescerti dentro silenzioso. Poi, quando meno te lo aspetti, TAC, ti sferza una piccola pacca, ti dice cose come “guarda che stai facendo una cazzata”, come “guarda che non ti devi fidare sempre soltanto del tuo istinto”, come “guarda che nulla è impossibile”.

Un libro ti parla, a distanza di anni, non smette mai di farlo.

Mi viene in mente un passo di una forza inaudita di Se questo è un uomo (cap. XI): in una rara occasione di dialogo con un altro detenuto, un ragazzo francese di nome Jean, Primo Levi decide di tradurgli il canto ventiseiesimo della Commedia, quello di Ulisse. Non sa nemmeno lui perché proprio Dante, perché proprio in quel momento sia tanto importante per lui cercare di trasmettere al compagno il messaggio del canto, combattere contro la propria memoria lacunosa, salvare quei versi dall’inferno del lager.

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Ecco, attento Pikolo, apri gli orecchi e la mente, ho biso­gno che tu capisca:

Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste a viver come bruti,
Ma per seguir virtute e conoscenza.

Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono.

Pikolo mi prega di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo del bene. O forse è qualcosa di più: forse, nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso, ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle.

E ancora:

Trattengo Pikolo, è assolutamente necessario e urgente che ascolti, che comprenda questo «come altrui piacque», prima che sia troppo tardi, domani lui o io possiamo essere morti, o non vederci mai più, devo dirgli, spiegargli del Medioevo, del così umano e necessario e pure inaspettato anacronismo, e altro ancora, qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui…

Ecco cosa fa la lettura: amplia i tuoi orizzonti, la tua capacità di cambiare prospettiva, di calarti nei panni altrui. Un manuale di sopravvivenza, di comprensione della vita.

In un modo o nell’altro, la mamma ha sempre ragione: leggi, che ti apre il cervello.

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